parallelo42 2006 collection

Raccolta 2006

01-06 Manipolazione Mediatica Vanessa Beecroft e Antonio Galdo –  guarda il VIDEO

02-06 Arte & Economia Michelangelo Pistoletto e Pier Luigi Sacco –  guarda il VIDEO

03-06 Esilio Gian Marco Montesano e Moni Ovadia – VIDEO: guarda il VIDEO

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Parallelo42 01-06 manipolazione mediatica Vanessa Beecroft e Antonio Galdo

EDITORIALE di Giacinto Di Pietrantonio

Come esistono il primo, secondo, terzo, quarto, quinto, …mondo e anche il mondo del non mondo, così esistono il primo, secondo, terzo, quarto, quinto,… potere e anche il potere del non potere e la sua capacità di manipolazione della realtà. Ma da che mondo è mondo esistono anche persone, artisti e intellettuali che fanno scelte di controculturalità. Difatti, se da un lato è vero che il potere dei media agisce quotidianamente sulla realtà è anche vero che questo potere contiene in sé i germi della sua fragilità come indicava Abbie Hoffman negli anni sessanta scrivendo : “I media sono un mezzo gratuito,… Non acquistate spazi pubblicitari: fate notizia”. Gli artisti in primo luogo sono attivi in questa campagna di controinformazione anche e soprattutto quando sembrano accondiscendere i media stessi, così è il caso di Vanessa Beecroft che usa il sistema della moda  come base di riferimento per le sue performance, inserendovi i germi dell’arte, soprattutto quella del passato, pittura del rinascimento italiano in primis vestendo e svestendo gli azzurri di Piero, le forme di Botticelli, i capelli di Lippi, le acidità di Rosso e Pontormo . Dall’altra parte un giornalista e direttore d’inchieste come Galdo procede per incursioni corrosive nel sistema sociale italiano e non, non facendo sconti a nessuno. Questi esempi dimostrano certo l’azione penetrante dei media, ma anche che il mondo del mondo dei media è nudo anche se la maggioranza delle persone ha ancora paura ad ammetterlo e spingere verso questa rivelazione e compito dell’arte in azione.

PARALLELO42 INTERVISTA VANESSA BEECROFT

Mariantonietta Firmani: Con l’astrazione e riduzione dei corpi a puri segni nello spazio, posiamo leggere la vita nella sua dimensione frattale dove, per il principio dell’auto-somiglianza, ciò che accade nel più piccolo ambito, è molto facile che accada amplificato ad ampio raggio. Ecco allora che una esperienza di vita individuale, diventa luogo di identificazione collettiva. La tua stessa vicenda personale, narrata da manipolazioni artistiche, diventa luogo di riconoscimento comune fino ad essere caso mediatico. Come e perché un matrimonio diventa performance artistica?

Vanessa Beecroft Come: ho installato la famiglia nella cappella svuotata dell’altare, ho disposto I personaggi secondo la loro relazione con me, ho vestito tutti di bianco e ho rimosso effetti personali. Ho vestito I personaggi secondo categorie: coppie di fratelli, donne verginali, donne patriarcali, uomini, marito, fratello, nonni, angeli. Ho enfatizzato il simbolo della scultura lignea sulla parete, San Sebastiano martire in mezzo alle coppie di fratelli (me inclusa), come una premonizione dell’impossibilita’ della unione matrimoniale. Le coppie non di sposi, ma di fratelli, sono divisi da un Santo che e’ spesso identificato come simbolo dell’omosessualità perchè in estasi mentre trafitto da una freccia.

Perchè il matrimonio viene spostato dalla sua realtà immediata e dalla sua funzione per avere un significato simbolico e servire da immagine.

L’evento si riferisce al mondo delle immagini (la pittura) e alla vita reale (il matrimonio).

I partecipanti sono soggetti scelti per un ritratto (il gallerista, la sua assistente, l’avvocato, la donna dell’avvocato, il grafico, il suo uomo, l’ex-fidanzato, la fidanzata giapponese, la madre, la psicologa della madre, la sorellastra, il fratello, la nuora incinta, l’amico, l’uomo dell’amico, l’amica d’infanzia, la critica, gli assistenti, la gallerista, la figlia della gallerista, la nonna e il nonno ed il loro 60 anniversario). I partecipanti rappresentano delle funzioni (la legge, l’amore, la maternita’, la vecchiaia, il mercato, l’omosessualita’, la fedelta’, etc.) ma allo stesso tempo sono reali, appartengono ad una storia reale e si sono trovati nel posto per una celebrazione. Questa parte e’ di cronaca.

 

REDAZIONALE di Mariantonietta Firmani

C’è sempre un come ed un perché che insieme determinano la possibilità di comprensione di un qualsivoglia argomento di rimando storico, culturale e sociale.

Parlando di manipolazione mediatica, un come può essere legato alla necessità di un sempre più efficace rapporto operativo, comunicativo e produttivo con il mondo. Questo rapporto si è evoluto per mezzo di esperti, a partire dalla lontana rivoluzione di rappresentazione della realtà introdotta dalla prospettiva, per arrivare alla produzione di realtà virtuali, come dimostrano gli ultimi sviluppi dell’informatica, quali filtri e diaframmi capaci di allontanare la percezione dall’esperienza diretta della fisicità. La realtà virtuale diventa dunque emblema dell’Uomo”….moderno occidentale che sogna …uno stato di trance che consenta di avventurarsi nel sacro senza abbandonare le delizie del profano. Nella realtà virtuale egli scorge questa possibilità” con la realtà virtuale si può realizzare la così detta “….guerra pulita, in realtà pulita per gli spettatori ma molto sporca per chi ne ha dovuto subire le conseguenze devastanti tra la popolazione civile,…” Dove “…il massiccio utilizzo delle tecnologie informatiche rende di fatto quasi irriconoscibile il passaggio dal reale al virtuale”. (Tomás Maldonado: reale e virtuale).

Un come ed un perché lo possiamo cercare nella velocità di cambiamento dei sistemi di riferimento, che implica il perseguimento della strada più breve per conseguire il successo dei propri intenti e la massima diffusione del risultano raggiunto. Allora i target da persuadere maggiormente, sono le giovani generazioni che nel fruire dei mass media, come strumenti per conoscere il mondo, inconsapevolmente, si scontrano anche con le problematiche tecniche del produrre televisione. Così, nell’era della comunicazione globale, volendo minimizzare l’effettivo impatto educativo sulla collettività, possiamo considerare i mass media come imprese qualsiasi per le quali, banalmente, all’aumento della produzione corrisponde un aumento di addetti e “…quante più sono le stazioni emittenti, tanto più diventa difficile  trovare professionisti che siano davvero capaci di produrre cose sia interessanti che di valore…..non abbiamo gente che possa realizzare per circa venti ore al giorno programmi di valore.Si offrono all’audience livelli di produzione sempre peggiori e che l’audience accetta purché ci si metta sopra del pepe, delle spezie dei sapori forti che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso, dal sensazionalismo….” (Karl R. Popper Cattiva Maestra Televisione). In questa ottica possiamo distinguere almeno due tipi di manipolazione, ovvero la manipolazione occasionale e contingente dovuta alla inettitudine dell’operatore: giornalista o narratore, e la manipolazione strumentale cioè voluta dal narratore e/o dal mittente della notizia per ottenere un determinato effetto sull’utenza dell’informazione stessa. Naturalmente in entrambi i casi il risultato è quello di una rappresentazione distorta della realtà. Un perché è certamente legato alla cultura dell’eccesso promossa dai media per conto di poteri economici e politici controversi. Cultura ispirata dalla programmazione dell’obsolescenza, esperita nella crisi del 1929; divenuta germe per la creazione di un sistema economico capace di auto-sostenersi a prescindere dagli effetti negativi sui sistemi sociali, ed ora sostanziata da una competizione mediatica che si focalizza sulla necessità di sensazionalismo.  Sensazionalismo come supporto alla vendita delle “moderne necessità” essenziali al raggiungimento della “nuova felicità” sempre più individuale. Del resto ai mass media, come sistema inserito in un contesto storico e in un insieme di pratiche sociali, è sempre più demandato, dai singoli individui, il compito di tessere le trame del vivere sociale, che diventa così, sempre più virtuale e sempre meno reale.

 

Parallelo42 02-06 Arte & Economia Michelangelo Pistoletto e Pier Luigi Sacco

 REDAZIONALE di Mariantonietta Firmani

Il necessario rapporto dialettico tra bello ed utile: come presenti nel pensiero di Benedetto Croce dove l’arte è “conoscenza del particolare” luogo del “bello” che nasce come espressione individuale e diviene luogo di identificazione e promozione di valori e diritti sociali, e l’economia è “volizione del particolare” luogo “dell’utile” strutturata in capitali, banche e banchieri, imprese ed imprenditori, mercato, lavoro, tecnologia ed organizzazione; ci suggerisce la sfida di chiedere una valutazione sul futuribile rapporto auto incrementante tra produzione di cultura e sviluppo economico, ad uno scienziato economista ed ad un artista impegnato nella ricerca di una possibile relazione tra introspezione artistica e miglioramento della qualità della vita.

Da un lato dunque la creatività, strumento fondamentale per realizzare questo cambiamento, intesa come: “bene non esauribile e non saturabile, nonché capacità di risolvere i problemi (good problem-solving)” (Walter Santagata 2004). Ovvero “Le azioni sono considerate creative quando producono qualcosa che sia originale, interessante o abbia valore sociale.” (Herbert Simon , 1986). Sulla stessa linea l’artista Michelangelo Pistoletto che imputa all’artista: “la responsabilità di ispirare un pensiero che porti ad un inedito uso dell’intelligenza, volta cioè alla formazione di una nuova civiltà”. Dall’altro il sistema economico, che attualmente spazia dalle possibilità introdotte con la new economy all’approccio di Steven Levitt che estremizza la giustapposizione di situazioni apparentemente prive di qualsiasi nesso, dove studi multi-disciplinari restituiscono la necessità di costruire relazioni tra nuove conoscenze, nuove tecnologie e saperi storici per determinare un’autosostenibilità durevole e co-evolutiva fra insediamento umano, abitanti-produttori e territorio, fondata sulla valorizzazione dei milieu locali ove coniugare ambiente, cultura ed innovazione. Sulla stessa linea l’economista Pier Luigi Sacco insiste sulla necessità della costituzione di una massa critica di utenza locale ottenibile attraverso l’innalzamento del livello culturale diffuso tra la massa sociale, appunto, e non solo presso ristrette élite.

Per misurarsi nel villaggio globale bisogna essere riconoscibili sia nel prodotto che nel servizio, ma la competitività implica la possibilità di accedere a livelli di conoscenza superiore e questo ha un costo immediato a fronte di un ritorno sostanziale e duraturo a lungo termine. Tuttavia per avere la determinazione all’investimento iniziale bisogna avere la consapevolezza concreta del vantaggio che ne scaturirà, e questo, ancora una volta implica una cultura superiore da parte dell’imprenditore, se parliamo di imprese, o dell’amministratore pubblico se parliamo di territorio, dove l’attrazione degli investimenti per lo sviluppo della competitività è tutta giocata sulla capacità di offrire agli investitori sistemi economici ed infrastrutturali in grado di rendere redditizio il business, attraverso ampia condivisione e largo consenso. Consenso legato senz’altro alla qualità e democraticità delle scelte amministrative e non alla gestione unilaterale e protezionistica, fonte di comportamenti ottusi ed arroganti da parte di certe dirigenze specie pubbliche non votate all’evoluzione sociale ma all’accrescimento del proprio potere personale.

Allora mi chiedo sarà possibile per una classe dirigente che sia cresciuta in una sistema di generalizzata scarsa attenzione alla dimensione civica del proprio agire, con cui realizzare uno spazio sociale capace di salvaguardare merito, competenza ed interesse collettivo, gettare le basi di un rinnovamento positivo della società?

 

EDITORILARE di Giacinto Di Pietrantonio

Arte ed economia hanno spesso vissuto un rapporto difficoltoso legato soprattutto all’idea di contaminazione, o meglio di corruzione che l’economia avrebbe portato alla cultura e all’arte, inficiandone la purezza e la sincerità. Si tratta sempre del vecchio discorso di attribuzione di valore, di qualità dell’arte e di quantità dell’economia. Questo tenere o tenersi dell’arte-cultura a distanza di sicurezza dall’economia ha fatto sì che i rapporti tra i due venissero intesi come “relazioni pericolose”, un pregiudizio che resiste ancora oggi, anche se molto è stato fatto per avvicinarle e chiarire un equivoco vecchio come il mondo. Forse è per specialisti, ma è noto a livello spiccio le ripetute lettere per chiedere spiccioli che Michelangelo scriveva a Papa Giulio II, oppure che un’opera costava e valeva a seconda della dimensione, soggetto quantità di immagini rappresentate e colori usati, ad esempio lapislazzuli e oro facevano salite i prezzi dell’opera notevolmente. Ma le relazioni pericolose oggi non sono più oggetto di spesa quantitativa, ma di raffinate poetiche dell’arte tenute sul piano della teoria se, come in molti sanno, per Andy Warhol  la maggior forma d’arte era l’economia, anzi il business. Questo estremo della filosofia warholiana che non si arrischiava ad andare oltre la b attiva un’azione che ha modificato il rapporto con l’economia, ma se per l’americano l’economia e l’arte sono la migliore forma di business, per l’europeo Michelangelo, Pistoletto questa volta, l’economia e l’arte possono convivere solo per servire ad una trasformazione responsabile della società.

 

PARALLELO42 INTERVISTA PISTOLETTO

Maria Antonietta Firmani bene provo a farle una domanda che potrebbe sembrare oziosa in quanto relativa ad una problematica immensa come quella della “guerra infinita” in cui viviamo, ma che forse solo un imput utopico potrebbe sovvertire. Dunque, revoca dell’embargo sugli armamenti in cambio di maggiore attenzione ai diritti umani…Mi sembra una contraddizione in termini. Esiste una alternativa economica all’industria degli armamenti? La capacità di rispetto dei diritti umani non è forse legata al livello culturale di un popolo?

Michelangelo Pistoletto lei dice una cosa che è cruciale, quello dell’economia legata alla guerra è uno degli argomenti più problematici che dobbiamo affrontare. L’industria degli armamenti produce il più alto reddito nella società occidentale e non solo in questa, al secondo posto è la produzione e spaccio della droga. Anche la prostituzione è un affare colossale. I peggiori vizi umani, costituiscono il più alto reddito capitalistico e il migliore strumento per chiunque nel mondo miri al potere. Il consumo di armi è in costante aumento non solo per ragioni economiche ma anche per ragioni religiose (non certo disgiunte da quelle del potere).

Il kamikaze, ad esempio, è indotto all’auto-distruzione attraverso il concetto di sacrificio che le religioni strumentalizzano per giustificare le verità che fanno comodo alla politica e all’economia. Dico perciò che l’arte deve intervenire su tutti i fronti, partendo da un’estetica che si basi su nuovi concetti di morale. Cosa dire, inoltre, di un’idea di democrazia  legata al sistema consumistico? Oggi, pare che non esista democrazia senza che questa sia associata all’economia di un consumo basato su necessità indotte. Altre culture che  si oppongono al capitalismo non sanno proporre forme diverse di democrazia. Pur di arricchirsi però sono tutti d’accordo di fare la guerra, questo  naturalmente agli alti livelli di potere. E allora è necessaria una compartecipazione al cambiamento diretto della società da parte degli individui i quali invece di credere che ci siano ideali giusti a cui dare la vita pensano che la vita sia un bene che ciascuno deve conservare e difendere con la propria consapevolezza..

Adesso per fortuna alcune cose stanno cambiando, un esempio il Premio Nobel, di cui tutti parlano, dato all’economista Muhammad Yunus che con la Grameen Bank,  che ha diffuso il micro-credito per salvare i paesi poveri.

Il micro-credito non porta la gente a fabbricare armi ma a creare autonomie economiche di piccola entità attraverso le quali convivere pacificamente. Mi sembra un bell’esempio di realtà nuova, che conduce dalla parte opposta rispetto al capitalismo aggressivo e possessivo. Dal  1994,  quando mi si diceva che il Progetto Arte da cui è nata Cittadellarte, era un’utopia, ad oggi, constato il diffondersi nel mondo  di iniziative tese a realizzare una trasformazione responsabile della società. Questo è un dato di fatto. Bisogna tuttavia vedere, se la strada che traccia la curva del grande cambiamento sarà seguita o se l’umanità si spingerà fino in fondo sulla strada che conduce al precipizio.

 

Parallelo42 03-06 Esilio Gian Marco Montesano e Moni Ovadia

EDITORIALE di Giacinto Di Pietrantonio

L’esilio è una condizione dell’arte, almeno a partire dalla metà del XIX secolo, quando essa inizia a comportarsi come un’avanguardia, così assistiamo ad una traiettoria di doppio esilio da un lato la società esilia l’arte e dall’altra l’arte si esilia dalla società contrapponendogli un nuovo linguaggio. Voglio dire che il nuovo si presta quasi sempre ad essere esiliato, perché l’esilio nasce sempre dall’incomprensione tra vecchio e nuovo tra status quo e cambiamento. Certo questo riguarda non solo l’arte e la cultura, ma più in generale la vita stessa. Difatti, anche se noi pensiamo più frequentemente all’esilio come ad un fatto di derivazione politica questo non è che un aspetto. L’esilio appartiene alla condizione generale dell’umanità che si trova a vivere forme e periodi di esilio nel corso del tempo. L’esilio poi finisce anche per coincidere con la censura, che è divieto fatto all’altro uno, fino all’altro popolo. Ma l’uno, quando si tratta di arte sta anche al posto del popolo di cui interessa il destino futuro e per questo immagina il linguaggio a venire in certi casi incompreso, in questo senso l’esilio non è solo costrizione, ma pure condizione esistenziale necessario all’artista per creare, perché è autoesilio interiore e mentale che Montesano e Ovaia attivano per poter creare.

 

Parallelo42 intervista Gian Marco Montesano

Mariantonietta Firmani a proposito di quotidiano, di contemporaneo, c’è un argomento che mi lascia perplessa, anzi disorientata, e come me penso siano sconcertati milioni di altri cittadini. Che rapporto esiste tra arte e spazzatura? O meglio come mai Napoli che promuove manifestazioni “all’avanguardia” nel campo dell’arte contemporanea mostrando un’attitudine culturale forse più profonda di altre città, allo stesso tempo esporta la spazzatura?

Gian Marco Montesano perché mai disorientata? La questione è molto semplice, la spazzatura è una realtà oggettiva, seria. L’arte no! Esalazioni mefitiche, topi, epidemie. Di spazzatura si può morire. Di arte non è mai morto nessuno (a parte qualche psicopatico). Ma l’arte crea orizzonti illusori, aperture fasulle dunque infinite, allora: en avant la musique, si facciano entrare gli artisti e si proceda al maquillage mediatico. Questa è la funzione degli artisti di regime. Attenzione però, dopo la crisi del moderno, per essere di regime, cioè funzionali al regime, questi artisti sono tenuti a declamare posizioni ideologiche antagoniste, comunisteggianti, ecc.. il trucco c’è e lo si vede, però funziona. Utilizzati come schermi estetizzanti hanno il compito democratico di sostituire la monnezza di Napoli con la loro opera. Sul copro in preda al degrado si pratica un’anestesia estetica ed ecco il miracolo, ecco il rinascimento napoletano. E se di rinascimento si tratta è del tutto logico che l’arte banchetti con Bassolino nei meravigliosi palazzi di Napoli. Tu dici che Napoli è all’avanguardia nel campo dell’arte contemporanea e poi esporta spazzatura. Forse non t’accorgi dell’involontaria ironia delle tue parole infatti, dov’è la contraddizione?

REDAZIONALE di Mariantonietta Firmani

Esilio è forse una parola molto legata alla storia ed al destino comune di popoli, popoli lontani dalla nostra società dei consumi? O forse è ora più che mai un luogo individuale? Ci è sembrato affascinante raccontarlo con l’eleganza quieta e razionale dell’Artista Gian Marco Monetano, e con la , quasi puntigliosa, ricerca dell’ilarità come panacea di molti mali individuali e sociali, adottata dall’Artista Moni Ovadia. con un breve affaccio nella storia, il letterato Acheo Polibio, esule, racconta dell’esilio, come equivalente della pena capitale che tuttavia concede una chance di riscatto e nuova vita ai condannati. Esilio dunque, come luogo per rinnovarsi. Luogo da cui è anche possibile acquisire una visione più oggettiva del luogo d’origine, amato e odiato allo stesso tempo. Un po’ oltre, l’apocalisse che segnò la fine dell’esilio a Babilonia coincise con l’inizio dell’ebraismo la più antica delle religioni monoteiste. Nel Popolo ebraico, la condizione di esilio, si perpetua nel tempo attraverso le comunità della diaspora, formatesi in seguito ai fenomeni di emigrazione, dovute spesso a persecuzioni ed espulsioni; essa diviene tuttavia luogo di identificazione ed appartenenza attraverso la pratica spirituale del ricordo. Esilio quindi, come forza interiore capace di restituire costante preminenza culturale e la possibilità di accedere alle più alte cariche politiche pur in terre d’esilio. In tutti i casi l’esilio è legato al perseguimento di ideali di libertà spirituale e pace sociale, generalmente palesato con moti di ribellione alla quotidianità dell’esistenza nel tentativo di trovare una propria coerenza intellettuale. L’amato e odiato Joyce racconta in Ulisse: “l’anima è in certo modo tutto ciò che è. L’anima è la forma delle forme… L’artista nasce gia in condizione di esilio dal quotidiano …e resta in condizione di ricerca”. Ogni uomo è dunque in esilio da qualcosa? Di quale esilio si può parlare nella società dei consumi? Possiamo forse parlare dei esilio da se stessi, esilio dalla ragione dell’etica e del senso civico?

Parallelo42 intervista Moni Ovadia

Maria Antonietta Firmani:  Moni Ovadia scrittore, attore, musicista, ebreo attivo, socialmente impegnato. Chi è Moni Ovadia?

Moni Ovaia: Moni Ovadia è una persona che si sforza di conquistare la dignità dell’essere umano nella pienezza di questo significato. Si sforza di essere aperto agli altri e di stabilire relazioni, anche attraverso il proprio lavoro con la possibile comunità di ascoltatori per stimolare sollecitare emozioni, sentimenti e reazioni, per attivare processi di risonanza con i grandi problemi del mondo con la fragilità umana. Io sono profondamente convinto che quando noi staremo con l’uomo fragile, cioè l’uomo fragile sarà il mattone dell’umanità che vogliamo edificare, allora sarà una società migliore.

M.A. F. l’economista Vilfredo Pareto delinea una “teoria delle élite” secondo la quale ogni società è divisa tra una classe dominante (composta da più élite, tra cui le principali sono l’economica, la politica e l’intellettuale) e una classe dominata; la società ideale è per Pareto quella in cui l’avvicendarsi degli uomini alla classe al potere è regolare e continuo… L’evoluzione del benessere nei paesi industrializzati e, lentamente, anche nel resto del mondo, in quale misura è frutto dell’impegno dei politici, degli scienziati, degli artisti, del lavoro dei cittadini di buona volontà?

M.O. Io penso che i cittadini possono svolgere un ruolo molto potente. Per esempio in Spagna, l’opposizione dei cittadini alla guerra in Iraq è stata talmente massiccia che il Primo Ministro Zapatero, non ha avuto nessuna difficoltà a ritirare immediatamente le truppe.

Allora che tra i cittadini si diffonda la consapevolezza della propria responsabilità nei confronti del mondo è cruciale. Bisogna essere in grado di rimettersi in discussione continuamente. Nel discorso della montagna, Gesù dice: “Dio fa piovere sui buoni e sui malvagi”. C’è un concetto meraviglioso dell’ebraismo, si chiama “Tikkun Olam” ovvero: “riparazione del mondo”. Il mondo non è stato creato perfetto, questo è il compito dell’Uomo. Di ogni singolo Uomo. Per esempio, quando Caino uccide Abele non c’è l’umanità. Cioè il Santo Benedetto crea Adamo ed Eva secondo il canone biblico. Queste due persone danno vita a due fratelli, uno uccide l’altro. C’è qualcosa, nel progetto originale, che non ha funzionato! C’è l’incontenibilità della violenza nell’uomo. Caino non è cattivo, non sa contenere la sua violenza. È   diverso! È la difficoltà del rapporto con l’altro. Abele è l’altro, è il secondo, è quello che viene dopo. Caino in quanto primo e unico, sembrerebbe voler colonizzare la vita con la sua unicità e invece Abele gli viene a ricordare che la vita contiene delle alterità. Caino non regge questa cosa, malgrado venga salvato. Il Santo Benedetto dice, nessuno tocchi Caino. Caino rappresenta molto l’umanità.

Poi arriva il diluvio universale: la più terribile epurazione di partito che si sia mai vista in tutta la storia! La cancellazione di tutta un’intera umanità! Tranne uno! Perché proprio uno? Perché non dieci? Perché ciascuno di noi è tenuto ad essere Noè il salvatore dell’umanità!

Individualmente, ciascuno di noi è responsabile. In fondo penso che tutto possa essere sottoposto a cambiamento se c’è la forza di farlo.

Sulla rivista sono presenti tutti i testi e le interviste, le opere degli autori per P42