Raccolta 2007

01-07 LINEA DI CONFINE con Pier Luigi Celli e Sislej Xhafa – guarda il VIDEO

02-07 LA CITTÀ IDEALE con Oliviero Toscani e Giacomo Marramao – guarda il VIDEO

03-07 TRA BONITO E OLIVA con Achille Bonito Oliva – guarda il VIDEO

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IL RIBELLE IMMINENTE di Achille Bonito Oliva (festival della letterature di Mantova 2006)

 

01-07 LINEA DI CONFINE con Pier Luigi Celli e Sislej Xhafa

Sislej Xhafa di Giacinto Di Pietrantonio

Sislej Xhafa è arrivato dall’Europa dell’Est, e poi a Firenze, in questo suo viaggiare tra educazione e vissuto si è trovato a far parte di quella grande migrazione epocale del passaggio dall’est all’ovest, che si è attivata con il crollo del muro di Berlino e che ha portato al ridisegno dell’Europa e in maniera più ampia di tutto il nord-occidente, come anche del nord-oriente. Certamente come artista Xhafa ha subito solo parzialmente le difficoltà in cui si sono venuti a trovare la maggior parte dei migranti, ma ciò non gli ha impedito di sentirsi privilegiato, anzi ha usato tale privilegio per raccontare questo decisivo periodo storico in cui si stanno riscrivendo territori, geografie, culture, identità, popoli,…Caratteristica di Xhafa è creare lavori che testimoniano questa transizione verso il nuovo mondo che alcuni, e tra questi  artisti come Beuys con cui Xhafa ha dei riferimenti, hanno chiamato Eurasia. Si tratta di un nuovo mondo in costruzione fatto di più mondi, perché l’artista ci porta a ripensare, icone, miti, comportamenti della nostra civiltà filtrati attraverso gli occhi di chi viene da una cultura altra, che però ha sognato l’occidente come un “paradiso caldo”. Ciò è avvenuto nel corso degli anni con opere di diverso impianto materiale, formale e concettuale fatte di volta in volta con pittura, fotografia, istallazione, performance, scultura, video. Seppur opere come ad esempio Abbracciami forte, 1999 foto, 150 x 100 cm. in cui si vede il ritratto di un carabiniere a mezzobusto, riflessione sui rapporti migranti>forze dell’ordine, oppure Stocking exchange 2001 azione migranti> economia. Qui l’artista vestito da operatore di borsa nella stazione di Lubiana agiva leggendo gli orari dei treni ad alta voce e facendo i segni convenzionali degli operatori che si scambiano le azioni, mentre lì venivano scambiati destini umani tra est e ovest. E’ una delle opere più pregnanti della relazione arte>economia In tutto questo movimento da un mondo all’altro si inscrive l’opera Giuseppe, la figura-ritratto realistica di Garibaldi in piedi direttamente sul pavimento non su un alto piedistallo, o a cavallo. In tal modo l’artista avvicina l’eroe all’umanità migrante e appiedata. Per cui appiedandolo  e con le zollette di zucchero in mano trasforma l’eroe del risorgimento italiano in una riflessione sull’attualità, perché Giuseppe sta cercando il suo cavallo che gli è stato rubato dagli albanesi. Così ci parla di luoghi veri e comuni di questa grande migrazione, ma decidendo di fare una versione in marmo nero del Belgio aggiunge ancora cose:  da un lato il colore nero estende ad altre razze le problematiche in questione e dall’altro siccome nel marmo nero lucidato noi ci riflettiamo ci porta a riflettere sul fatto che ognuno di noi al di là delle razze è anche un po’ l’altro.

 

02-07 LA CITTÀ IDEALE con Oliviero Toscani e Giacomo Marramao

Oliviero Toscani Guarda queste foto, che ne dici, sono bellissime, no? La bellezza della tragedia! Piccoli mostri quotidiani. Allora mi chiedo: ma cosa è successo in così poco tempo da Brunelleschi?

Giacomo Marramao Bellissime foto di mostri! Per assurdo questi orrori sono meravigliosi!

O.T. Giorni fa, ero con il comitato Leonardo e, parlando con alcuni imprenditori, mi sono reso conto che in fondo in Italia la cultura è a buon mercato. In Italia la cultura non costa niente, anzi, è un prodotto per niente utilizzato, anche se è il motore che tira avanti il sistema economico e quindi anche l’industria, perchè tutta la produzione, che sia industriale, o di servizi, o agro-alimentare, dipende dal background culturale. Un’azione culturale annuale costerebbe a un’azienda, come una Porsche Carrera, che imprenditori imbecilli regalano ai propri figli. Figuriamoci cosa si riuscirebbe a fare con il valore di uno yacht, certo si potrebbe attivare un’azione culturale che duri dieci anni. Eppure, ci si rende conto che l’investimento sulla cultura, anche se è l’unico investimento che economicamente darà dei frutti sostanziali in futuro, non interessa a nessuno. Nessuna azienda investe realmente in una cultura, che sia ricerca della contemporaneità, dei contrasti, delle curiosità. Gli unici investimenti che si fanno sono nei centri commerciali e nei programmi demenziali della televisione. Ci sono dei festival, qua e là, che potrebbero avere una qualità buona, ma sono robe da morti di fame, che non hanno mai i soldi per andare avanti. Io ho a che fare tutti i giorni con imprenditori, e posso dire che abbiamo una classe imprenditoriale completamente sorda alla necessità di promuovere la cultura. D’altro canto per ciò che riguarda l’intervento promosso dal sistema pubblico la situazione non è migliore. In Italia la difesa del territorio attraverso la promozione culturale, è unicamente il risultato dell’impegno individuale di quelle poche persone corrette che operano dentro le istituzioni, ma sono rarissime eccezioni “umane”, d’individui che soffrono moltissimo. Progetti importanti non possono essere implementati né con il partito né con la regione, né con la provincia o con il governo, intesi come organizzazioni. Ci sono alcuni ministri capaci di molte belle parole, di gran comunicazione ma nessun impegno concreto. Alcuni sono cronicamente inetti. È divertente, ma sembra che quando uno ha il grandissimo talento di non saper far niente, allora fa il politico, e continua a produrre: spazzatura, il proprio benessere e la perpetuazione del proprio privilegio.

G.M. Al riguardo delle aziende, bisogna ricordare che c’è stato anche un declino della cultura imprenditoriale italiana, penso agli anni sessanta, quando il design italiano era fortissimo: c’era Olivetti, c’era Pirelli, c’era l’Eni, La Rinascente, c’era fermento culturale; la stessa FIAT era all’epoca un traino culturale. Negli anni sessanta eravamo più avanti della Germania come cultura industriale. Il problema è capire cosa è accaduto nelle teste e nella cultura della classe imprenditoriale italiana, dove adesso pare ci sia un vuoto pneumatico. A mio avviso ora è più che mai necessaria, la ripresa della sapienza artigianale, come uno dei momenti di qualificazione dell’Italia della modernità, quella modernità che è stata importante anche perché aveva il suo baricentro proprio nell’artigianato, nei maestri artigiani. Lo stesso degrado causato dallo scollamento tra produzione e artigianato, si riversa nell’ambiente. Infatti alla base del momento critico che il mondo sta attraversando, c’è il venir meno di una cultura dei luoghi, e ancor più grave è il fatto che stiamo sperimentando questa realtà proprio in quelle zone del pianeta dove i luoghi erano altamente qualificati, dal punto di vista dell’intreccio di natura e cultura. La questione fondamentale, infatti, è la mescolanza, il circolo virtuoso che si riesce a stabilire tra l’ambiente naturale e il momento culturale. L’Europa è sicuramente il luogo dove, nella maniera più straordinaria, è avvenuta questa armonizzazione e, dentro l’Europa, sicuramente l’Italia come pochi altri paesi: alcuni luoghi delle isole britanniche, l’Irlanda, alcuni luoghi della Provenza, alcuni luoghi della Spagna. E ancora, scendendo di scala, una regione in particolare, come la Toscana, rappresenta al grado massimo questa interazione feconda tra la natura e l’intervento umano. Un detto del rinascimento fiorentino narra che: “il bello delle colline intorno a Firenze è che anche la natura sembra opera dell’uomo”. Questo circolo virtuoso è venuto meno, il rapporto tra natura e artificio tende a diventare un circolo vizioso, una sorta di spirale di iper-sfruttamento dell’ambiente naturale che diventa unicamente una riserva patrimoniale da investire sul mercato e in qualche modo anche da spendere per ottenere un maggiore consenso da parte di alcune politiche amministrative. Qui naturalmente si apre un capitolo molto grave, quello dello scempio dei luoghi naturali e degli insediamenti culturali, che sta avvenendo in Italia a opera di accordi disgraziati tra amministrazioni e imprenditori senza scrupoli.

Mariantonietta Firmani Dunque, si consumano prodotti e si consuma l’ambiente. Pur vivendo un’epoca di comunicazione “globale”, in cui tutto è subito a portata di tutti, pare che in questa disponibilità di conoscenza prevalga la scelta della superficialità imminente, dell’esercizio del potere contro i valori dell’appartenenza e della responsabilità degli individui nei confronti del territorio e degli altri individui. Ma perché siamo arrivati a un punto in cui è più facile scegliere la mediocrità, la volgarità dell’iperconsumo, il brutto, la guerra, piuttosto che l’armonia dell’essenziale, la bellezza e la pace?

O.T. Il consumismo ha, pian piano, preso il posto della tensione morale e dell’impegno al progresso sociale, così oggi siamo a un punto in cui si preferisce percorrere strade già battute, nessuno ha più il coraggio di intraprendere nuove soluzioni. Perché si pensa che ciò che è sperimentato, anche se non è interessante, funziona meglio, ma la realtà è che esso può solo essere controllato meglio. Inoltre, sulle nuove strade c’è il rischio di sbagliare direzione, di esperire la mancanza di sicurezza. Oggi si preferisce essere sicuri nella mediocrità, piuttosto che insicuri nell’eccellenza. La creatività non ha certezze. Non si può essere creativi ed essere sicuri, impossibile! La creatività è il contrario esatto della sicurezza, perché la sensazione di sicurezza è trasmessa solo da qualcosa che già si conosce e dunque non è possibile creare il nuovo senza rischiare l’ignoto. E poi si scopre che l’iperconsumo, di relazioni e di territorio, amplifica l’inettitudine insita nell’assenza di coraggio, la quale si perpetua con la mediocre ri-proposizione di ciò che già è stato fatto.

G.M. Beh, si è determinata, nel mondo contemporaneo, una frattura traumatica tra il passato e il presente. La memoria delle giovani generazioni si è paurosamente accorciata sia in un senso che in un altro. Cioè, la profondità di campo del passato si è assolutamente ristretta, per un giovane oggi il passato è quello che è accaduto ieri, l’anno scorso, dieci, venti anni fa al massimo; già se uno parla della resistenza, a un ventenne sembra un argomento lontano come le guerre puniche per noi all’epoca. Per altro verso, anche la prospettiva del futuro si è terribilmente accorciata, nel senso che i giovani vivono giorno per giorno, e guardano il futuro come la novità dell’ultimo i-pod, dell’ultimo computer, dell’ultimo CD musicale. I giovani non riescono a trovare interessi reali, per loro il futuro è una sorta di curiosità superficiale che ha a che fare con il déjà vu.

DEGRADO AMBIENTALE COME DEGRADO SOCIALE? di Mariantonietta Firmani

 Nel processo di comprensione del presente che perseguiamo con Parallelo42, con questo numero vogliamo approfondire il senso etico ed estetico dello spazio che ci circonda proponendo una riflessione su una possibile “città ideale”, città fatta di architetture e di Uomini. L’argomento nasce dalla totale condivisione di una provocazione dell’artista, Oliviero Toscani, appassionato difensore del patrimonio paesaggistico italiano, che imputa lo scempio del territorio al dilagare delle “Case dei Puffi, disegnate in stile dai geometri”. Prosegue nella considerazione che l’abitare implica identificazione e riconoscimento dell’individuo con il luogo, e che ogni città ha un suo carattere, ed ogni carattere consiste in una corrispondenza fra mondo esterno e mondo interno, fra copro e psiche, come espresso da Schulz in “genius Loci”.

Oliviero Toscani non si limita a fotografare lo stato delle cose, ma di fatto indica una strada, oltre le nevrosi quotidiane indotte dai meccanismi di costruzione del “benessere” economico, ed auto-indotte dalla frenesia di appartenere alla classe benestante come vista in TV, sostenendo: “ogni atto dell’uomo deve essere un processo di apprendimento, un modo per comprendere”, ed anche “è l’impegno a risolvere i problemi, via via che si pongono, che ci porta a compiere un’azione morale e quindi giusta.”. L’artista con l’obiettivo della sua macchina fotografica riesce a radiografare, a tradurre in immagine le ragioni ultime, l’intimo dell’animo delle persone e dei modelli sociali per poi riuscire a raccontarli, tradurli in parole taglienti, feroci, dissacranti; tuttavia con ironia e sarcasmo non distruttivi ma proiettivi, con uno spirito ancora capace di sognare, ascoltare, osservare e riflettere, che guarda attonito la superficie che sostanzia l’essenza, il vuoto propositivo degli “adulti” che lo circondano, che in quanto adulti non possono più permettersi di sognare o progettare alternative, ascoltare e riflettere, e quindi “consumano” quello che trovano.

 Anche nelle foto, che Toscani propone su questo numero, la provocazione oltre le immagini , contiene un monito contro “l’inconsapevolezza” del brutto che ci circonda e la superficialità dei contenuti, espressi dalle inqualificabili costruzioni che impazzano in tutto il territorio. Allora mi viene in mente che la possibilità diffusa di accedere alle più innovative tecnologie ed informazioni scientifiche, senza adeguati filtri professionali che ne garantiscano l’ottimale interpretazione, ripropone il rischio della banalizzazione dei contenuti e qualità estetiche nel quotidiano di ciascuno. In questo senso gli istituti di formazione non perseguono l’istruzione alla profondità operativa di ricerca e progetto, specie negli anni dell’adolescenza, luogo temporale in cui si forma o deforma irrimediabilmente la coscienza dell’individuo. Così (per esempio) nelle scuole per geometri, non si studiano seriamente filosofia, musica, matematica pura e storia dell’arte, d’altro canto le leggi vigenti consentono, a conclusione di un siffatto percorso formativo, l’accesso ad una professione autonoma, e dunque offrono la possibilità di realizzare progetti che, nel migliore dei casi, riescono solo a contenere una incongrua giustapposizione, atona e sgraziata di elementi pescati a caso nel marasma di immagini multimediali che quotidianamente bombardano, senza minimamente potenziarla, la nostra capacità percettiva. Così lo spazio, forse più collettivo in assoluto, scaturito dalla diffusione del computer, lo spazio globale sul web che oltre a ravvicinare infinitamente tutte le parti del mondo, contiene molte più informazioni di quante ciascuno ne possa effettivamente assimilare e dunque diventa il luogo potenziale della nuova globale ignoranza.

Con l’auspicio di una maggiore consapevolezza circa la percezione estetica del mondo che ci circonda, è nostro intento azzardare una ricostruzione trasmissibile anche e soprattutto ai non addetti ai lavori, dei come e perché legati ad una buona o cattiva architettura. L’argomento è vastissimo e di infinite sfaccettature, come sintetizzato dal pensiero di Jon Ruskin “aforisma 23: la nobiltà delle cose è proporzionale alla loro pienezza di vita”. “Gli oggetti creati dall’uomo diventano nobili o ignobili in proporzione alla quantità di energia di quella intelligenza che risulta evidente essere stata impiegata in esse”.

Proponiamo dunque una brevissima e certo parziale lettura storiografica, condotta per testi ed immagini, con la quale tuttavia contiamo di porre l’accento sulle differenze tra uno spazio etico ed estetico ed uno spazio licenzioso e disarmonico, in una sorta di ideale raffronto tra indagine teorica e percezione sensibile, tra parola e visione. Ovvero, le immagini di Toscani, messe a confronto con prestigiose architetture sia storiche che contemporanee, per porre in risalto lo stato di degrado sociale che vi è sotteso, dove non avendo più il senso del rapporto tra pensiero ed azione, tra forma e contenuto: il comignolo può diventare torre, la torre campanaria può diventare fumaiolo. Il risultato, purtroppo non è il caos matematico, mirabilmente gestito dagli artisti, ma un ingombrante disordine auto-incrementale, violento ed aggressivo, che attanaglia le capacità identificative e creative dei cittadini dentro una insormontabile cortina disarmonica dove l’illecito prende il posto del legittimo, con il sostegno del paternalismo accomodante delle amministrazioni pubbliche nell’ambito delle quali, a volte, la sordida cultura, autorizzata in quanto tale, fomenta la fusione della singola ignoranza con quelle contigue, per dare vita ad un terribile, inesorabile golem fuggito al controllo.

 

 

03_07 IL RIBELLE IMMINENTE Di Achille Bonito Oliva

PRELUDIO

Suono di campana segnale per Achille che si reca vicino alla postazione di Antonio

Invece da questo punto nessuno arriva.

Allora l’artista, (bussa sul block ) sì bussa da solo:

Ripetizione, (musica) Moltiplicazione (musica) e

dissociazione. (musica) Achille va’ alla propria postazione L’artista abita vicino alla porta. Una casa che sopporta, u n i c o arredo, quello oliato di una cerniera domestica che promette molte agnizioni, epifanie e illuminazioni, (gong)

II°

Si sa, ed  è  probabile, l’artista è un uomo che non ha la testa sulle spalle( flexatone), quindi neanche il collo (flexetone), tutti se ne avvedono. (ritmico-Solo) L’artista, Thomas Mann, non è un buon riformatore, ha un amore particolare per la volgarità e la vita, che poi sono la stessa cosa.

musica

III°

Non si organizza scorte, non pratica accumuli di viveri, non ha occhi per sentire né orecchie per vedere. Stop musica Perciò – ABO guarda Antonio che mima il ticchettio del battente sulla porta- si bussa da solo. Come la tartaruga, l’artista si fa carico della porta, si carica la porta sulle spalle, circumnaviga con il collo intorno e fuori, pronto a ritirarsi appena effettuato il colpo d’occhio.        solo

 

……..

Infine e forse proprio per tutto questo,

Se l’artista è ribelle, costante,

Achille spinge il tasto 2

sicuramente il critico è il ribelle imminente.

 

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