P42_2008 collection

Raccolta 2008

01_08 “ABO e l’Architettura” Achille Bonito Oliva – Oscar Niemeyer – Massimiliano Fuksas – Mario Botta – Fulvio Irace –  guarda il VIDEO- ArteFiera 2010

02_08 “tra pensiero e azione” Jan Fabre – Giacinto Di Pietrantonio

03_08 “Quijote” Mimmo Paladino – Sergio Givone – guarda il VIDEO – MiArt 2009

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01_08 “ABO e l’Architettura” Achille Bonito Oliva – Oscar Niemeyer – Massimiliano Fuksas – Mario Botta – Fulvio Irace

Achille Bonito Oliva: la tua architettura, nella sua natura territoriale, ha attinenza con l’ecologia sul piano materiale, etico, estetico ed educativo?
Mario Botta: l’architettura è l’attività che trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura. Partendo da questa considerazione, è evidente come il lavoro di trasformazione, sia alla base di ogni fatto architettonico.
Inoltre, fare architettura, equivale a trovare un nuovo equilibrio rispetto all’equilibrio esistente. È quindi evidente come l’ecologia sia una disciplina strettamente attinente all’architettura. L’architettura modifica sempre un assetto geografico, e ciò comporta scelte di tipo etico, estetico e quindi anche educativo. In misura maggiore, rispetto
ad altre attività, l’architettura modifica il contesto territoriale, ne propone nuove fruizioni, e quindi propone
nuovi modelli di comportamento tra l’uomo e il suo ambiente. Inevitabilmente una buona architettura realizza
sempre un modello di comportamento che si inserisce nel più vasto sistema degli equilibri ecologici. Va precisato,
onde evitare malintesi, che comunque essa resta una trasformazione “artificiale” attuata dall’uomo attraverso strumenti che sono diversi rispetto a quelli della natura, e che quindi, nella sua peculiarità, si presenta come fatto
dialettico, di contrasto, rispetto alla condizione naturale. Penso che la ricchezza del fatto architettonico, risieda
proprio nella capacità di stabilire un rapporto dialettico con il paesaggio e il territorio naturale. Fra architettura e contesto esiste un rapporto di dare-avere reciproco: dall’intensità di questo rapporto, dipende la qualità stessa del fatto architettonico.
A.B.O.: esiste nella tua architettura un’ecologia della memoria?
M.B.: credo che il lavoro dell’architetto sia essenzialmente un lavoro sul territorio della memoria. Dietro una trasformazione geografica e un contesto fisico, vi è sempre una forte componente di vissuto che per l’architetto diviene memoria e che nel processo progettuale gioca un ruolo determinante. L’architettura è un’arte che viene da lontano e si proietta al di là della vita dell’architetto stesso, per questo la componente della memoria assume un carattere ineluttabile: “J’existe car je me souviens …!” e mai affermazione è più veritiera e importante per l’architetto. La ricerca di nuovi spazi per la vita dell’uomo è strettamente legata ai valori metaforici e simbolici che sono propri della memoria. In effetti, dietro le valenze tecniche e funzionali che sorreggono la domanda, l’architetto aspira a testimoniare in favore delle forze più occulte e misteriose, delle valenze più profonde che gli permettono di coltivare gli anticorpi necessari per resistere al confronto con l’impatto della quotidianità. Il più delle volte, sono gli aspetti nascosti e misteriosi, che sanno parlare dei valori primari, delle valenze ancestrali, che ci aiutano a testimoniare in termini positivi, pur partendo dalle contraddizioni presenti.

02_08 “tra pensiero e azione” Jan Fabre – Giacinto Di Pietrantonio

Dato per assunto il valore culturale universalmente riconosciuto e ulteriormente consacrato dal consenso del mercato di Jan Fabre e Giacinto Di Pietrantonio, l’idea è quella di trovare un metaforico luogo di incontro tra pensiero e azione, tra ricerca pura e ricerca applicata, tra espressione individuale e ricostruzione universale, scegliendo a metafora delle rispettive categorie, a volte dicotomie, quella dell’artista e del direttore di museo. Abbiamo così cercato di costruire domande parallele intorno al valore universale dell’arte, che siano rispettivamente attinenti al lavoro dell’artista e del direttore di museo. Naturalmente le domande restano interscambiabili a insindacabile giudizio degli autori.

Maria Antonietta Firmani: caro Giacinto, che piacere vederti, finalmente riusciamo a incontrarti, allora iniziamo questa intervista a Di Pietrantonio direttore di museo. Come nasce il “pensiero” che darà vita a un museo? Qual è la materia prima originale su cui si fonda l’idea che darà vita a un museo?
Giacinto Di Pietrantonio: naturalmente la materia prima è sempre l’arte. Il mio è un lavoro sempre molto a contatto con gli artisti e con le opere. Detto questo va da se che costruisco le mostre a partire da idee, ma sempre sulla base delle opere e delle biografie degli artisti. Anzi tutto la mia attitudine all’arte è di tipo trasversale, nel senso che non guardo solo l’arte visiva nello specifico, ma anche ad altri settori disciplinari, come design, architettura, cinema, teatro ecc… perché tendo sempre a mettere in relazione l’arte con le altre discipline e con il mondo in generale. Per quanto riguarda il design ad esempio, ho fatto mostre come quella sul Futurismo dove c’erano anche architetti e designer, ho pure scritto due libri, uno si chiama “Design in Italia 1950 – 1990” con Stefano Casciani, e poi “Incontri di architettura e design”, una raccolta delle interviste fatte ad architetti e designer come Aldo Rossi, Franco Purini, Mendini, Sottsass, Santachiara e altri, pubblicate su Flash Art.
Altro campo cui faccio riferimento è il fumetto, per esempio ho fatto una mostra che si chiama “In Fumo”, in cui mettevo in rapporto arte e fumetto, esponendo autori che hanno lavorato su questo territorio come per esempio
Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Paul McCarthy, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Roberto Cuoghi e tanti altri.

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03_08 “Quijote” Mimmo Paladino – Sergio Givone

Mimmo Paladino: intanto le faccio un regalo, questa pubblicazione appena uscita per festeggiare i cento anni di Lévi Strauss. Sono stato molto onorato di essere stato invitato a illustrare “Tristi tropici”, che tra l’altro è un testo che ho sempre amato e leggo continuamente, e stranamente ci ritrovo elementi del mio lavoro.

Sergio Givone: grazie, grazie mille. Ma a dire il vero, questa attinenza non mi stupisce, mi fa subito venire in mente qualcosa che ha a che fare con Don Chisciotte. E cioè che ci sia un legame tra Lévi Strauss e Cervantes, tra il mondo di Lévi Strauss, un mondo naufragato, un mondo che appartiene a un’altra epoca della storia naturale, e il mondo di Don Chisciotte, anche quello è un mondo naufragato. Penso soprattutto a come lei ha interpretato quel mondo che ha fatto naufragio, il mondo dei cavalieri erranti di Cervantes, il mondo degli aborigeni di Lévi Strauss. Questo mondo ci viene restituito, nel caso di Lévi Strauss, da fotografie e dalla descrizione di questa vita che neanche più immaginavamo, e nel caso di Don Chisciotte dalla sua follia. Ecco, lei da voce a tutto questo, popolando quel mondo naufragato, dopo chi sa quale catastrofe, di frammenti che riemergono alla percezione, ma che sono perfettamente inutilizzabili, come il grande scudo di Don Chisciotte che fa ombra al cavallo. E ritroviamo
questi frammenti in tutti i suoi lavori, parlo del film, dei disegni e di quelle macchie di colore su Parallelo42. Ecco, la prima domanda che mi sorge è da dove vengono, da quale notte, da quale buio riemergono e a chi parlano, quale lingua parla questa gente e a cosa servono questi strumenti. E ancora, quali sono i tempi abitati dai personaggi
delle opere di Paladino, da quale passato vengono, da quali stagioni della storia universale, o invece
sono personaggi di un futuro, di un day after, di dopo una catastrofe, appunto.
MP: veramente sono imbarazzato a rispondere, perché l’artista non lo sa, quando non ha condizionamenti
tematici, l’artista “semplicemente” allunga le mani nel passato, nella storia, nei segni che forse neanche
gli appartengono. D’altro canto, quest’attenzione al mondo dei frammenti mi appartiene da sempre,
forse perché Benevento, di cui parlavamo poco fa, è una città costruita per frammenti, allora, volendo
dare un significato immediato a un’intuizione visiva, le cose che vedevo da ragazzo nelle mura della città, ……..

 

Sulla rivista sono presenti tutti i testi e le interviste, le opere degli autori per P42