parallelo 42 2009 collection

Raccolta 2009

01_09 LA MASCHERA incontro con Luigi Ontani – Elio Franzini

02_09 LOVE THERAPY con Gillo Dorfles – Elio Fiorucci – Giovanni Allevi con Jan Fabre – Giacinto Di Pietrantonio

03_09 ASTRAZIONI con Ettore Spalletti – Anna Cascella Luciani – Robert Mapplethorpe

04_09 COSA E’ PER TE con Giacinto Di Pietrantonio – Daniele Puppi – Pietro Roccasalva

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01_P42_09 incontro con Luigi Ontani ed Elio Franzini

Editoriale La maschera di Mariantonietta Firmani

Nel suo essere artefatto altro, sia dal corpo che dalla mente, produce una realtà a se stante che tuttavia rappresenta entrambi nello spazio-tempo della sua esistenza funzionale. Spinto dalla sua paura, l’uomo assume maschere stereotipate e vive nella finzione, sostiene Gianni Vattimo, nel saggio Il soggetto e la maschera. La maschera nasce dunque, come una sorta di travestimento che l’uomo si costruisce per difendersi dalla sua incapacità di gestire il confronto con il suo tempo e con la storia, di creare un equilibrio coerente ed armonico tra forma e contenuto. Dove “forma” è la dimensione statica del nostro essere, e “contenuto” è la dinamicità evolutiva del nostro pensiero. Così come il linguaggio contiene ed esprime la razionalità della mente, la maschera può essere considerata il linguaggio del corpo, e contiene ed esprime la ricerca dell’individuo verso un luogo di armonico componimento tra forma e contenuto della propria vita, tra corpo e pensiero. Tuttavia, pare condivisibile il pensiero che ciascuno di noi è allo stesso tempo: “uno, nessuno e centomila”; dunque la maschera è solo un momento di passaggio per una successiva nuova consapevolezza del sé; essa, come nel pensiero di Nietzsch, racconta necessità espressive differenti a seconda che sia rivelazione di uno dei due aspetti fondamentali della natura umana: l’apollineo (la forma) e il dionisiaco (l’essenza). 

La maschera (cattiva), è la maschera dell’esteriorità, è un travestimento, rappresenta la paura di se stessi, la fuga dai propri istinti vitali e la necessaria invenzione degli dei quale luogo di rassicurazione. Nella società contemporanea con la banalizzazione e virtualizzazione dei sentimenti, la maschera diventa il camuffamento quotidiano, la simulazione, la dissimulazione che, a vari livelli, ciascuno di noi mette in atto quotidianamente.

La maschera (buona), è invece la maschera dell’interiorità e dell’istintività, è liberazione, rappresenta l’espressione della propria forza interiore, dei propri istinti vitali, così che è l’uomo stesso a calarsi nei panni degli dei, artefice unico del proprio destino.

Dunque, se la maschera cattiva, diventa realtà, quando inganna anche chi la indossa o se ne fa scudo, la maschera buona nasce per rivelare l’essenza stessa del proprio io nella realtà, mostrato malgrado e contro le costrizioni sociali che tendono ad appiattire ed uniformare le coscienze.

Traslando il concetto di maschera dalla dimensione individuale a quella sociale, l’arte quale luogo semantico per eccellenza, diventa maschera della società. Se il ruolo della maschera (nella sua accezione positivista) è quello di liberare l’essenza vitale nel singolo individuo, allo stesso modo si può considerare il ruolo dell’arte (contemporanea) e dell’artista, come colui che riesce a sottrarsi alla classificazione stereotipata della vita e che attraverso la propria volontà costruttiva, l’uso della conoscenza e del pensiero filosofico, trascende i propri limiti superando se stesso: l’Oltreuomo di Nietzsche. Così gli eroi di Thomas Carlyle: “il Poeta”, il “Pensatore” “l’Artista” sono gli strumenti della provvidenza divina che governa la storia, e grazie alla loro azione l’umanità lascia una traccia di sé ai posteri. Anche il questo caso si può pensare a due modelli di maschera: una apollinea, decadente, mistificatrice, intenta alla razionalizzazione della realtà; una dionisiaca, positivista  liberatrice del pensiero originario e totalizzante dell’essere umano. 

L’arte storicizzata è la maschera decadente della società, quando è indossata fuori tempo e i suoi simboli, non più aderenti al vissuto reale, non suscitano pensieri di disturbo agli equilibri di potere in atto, essa diventa perciò: strumento di mistificazione della realtà, bandiera di un pensiero auto-referenziale ed antidemocratico. L’arte storicizzata restituisce una lettura razionalizzata dei miti del passato, e cioè di un sistema di regole universalmente riconosciute che, ormai divenute simbolo, rendono statico il sistema sociale, evitando rotture negli equilibri di potere pre-costituiti. In questo caso, l’arte è vissuta come strumento razionalizzante che, con chiavi di lettura opportunamente predisposte, conferisce piena evidenza all’essenza confusa della realtà.

L’arte contemporanea è la maschera positivista, essa mima la continuità dionisiaca, in contrasto con le regole sociali e morali, e rappresenta una rottura dei limiti contingenti nei principi che regolano la società, ovvero dell’umanità alterata dai meccanismi di potere, aprendo un varco verso una libera innovazione ed evoluzione. L’oltreuomo, può farsi artefice di un nuovo mondo solo esercitando una libera ri-appropriazione del simbolico con cui egli interpreta il mondo.

 

02_P42_09 incontro con Elio Fiorucci, Gillo Dorfles, Giovanni Allevi

Editoriale Love Therapy di Mariantonietta Firmani

L’idea di raccontare di un Amore che sia panacea di tutti i mali, ci sembra tanto straordinaria quanto attuale ed urgente, in un momento in cui tutti i valori culturali che hanno condotto alla contemporaneità si sono irrimediabilmente sgretolati: nel disastro economico, nella guerra senza fine tra oriente e occidente, tra ricchi e poveri, tra fame e consumismo, e molto altro; lasciando un profondo vuoto di senso a tutti i livelli sociali e nelle relazioni tra persone. Allora con gli Autori Gillo Dorfles, Elio Fiorucci e Giovanni Allevi abbiamo provato a parlare dell’amore, per i tanti modi d’amore che ci sono nella società degli uomini.

Amore verso l’individuo come: attenzione, comprensione, disponibilità; amore che sia capace di offrire ai singoli, possibilità d’esperienze edificanti e piacevoli per potenziare le specifiche attitudini alla gioia, creatività, ottimismo, fantasia, e trovare il proprio modo di essere positivo. Ma troppo spesso oggi la ricerca della propria individualità, deriva nell’isolamento prodotto dal consumismo esasperato, consumismo anche dei pensieri e dei progetti, che grazie al sopravvento tecnologico e mediatico, ha consumato anche il ruolo sociale della politica ormai schiacciata sulla quotidiana caccia al consenso, rendendola priva di grandi progetti capaci di pensare un futuribile uomo sociale. Tutto sembra promuovere una sorta di auto-realizzazione di massa che, come racconta Giuseppe De Rita, nasce, nell’accezione positiva, con la scuola di Don Milani che vuole sviluppare lo spirito critico affinché ciascuno possa superare le proprie gabbie d’incapacità, a volte indotte da perversi meccanismi sociali. Per Don Milani ogni conoscenza contribuisce ad elevare l’individuo. Ma oggi, sostiene De Rita: “la libertà di essere se stesso, è una libertà che per alcuni diventa coazione, quasi un dovere verso il proprio Ego: nella donna in carriera che fa mobbing sulle colleghe; nel potente che non ama la prigionia delle regole del gioco. Dai li-velli inferiori ai superiori (e gli esempi potrebbero moltiplicarsi) tutti aspirano ad avere la libertà di essere se stessi. Ciò produce una società senza unità d’intenti, senza coesione sociale, senza morale condivisa, dove ognuno condiscende, per qualunquismo o per contiguità di comportamento, alla libertà morale degli altri”.

Una risposta scientifica è forse quella di Rita Levi Montalcini in: “Abbi il coraggio di conoscere”, quando afferma:“nell’epoca attuale, testimone di un formidabile sviluppo delle facoltà intellettuali, come dimostrato dai progressi in ogni campo dello scibile umano, il divario tra facoltà cognitive e capacità emotive è andato aumentando. Il nostro cervello ha due componenti: quella del sistema limbico e quella del sistema neocorticale. La prima è arcaica, ed è sede dell’emotività e dell’affettività; la seconda è invece di carattere cognitivo e razionale. Il sistema limbico non si è sviluppato durante l’evoluzione sostanziale dei mammiferi sub-primati. Dunque, non il progresso scientifico, ma la maldiretta carica emotiva e l’assenza di un sistema di valori che regoli il comportamento sono responsabili dello stato di confusione che è causa della attuale crisi. Nei momenti di crisi, purtroppo, non è la componente neocorticale a controllare il nostro modo di agire ma la parte arcaica, la zona limbica del cervello, la quale si arroga il diritto di dirigere le nostre azioni.”

Amore per la società, per la comunità degli uomini, amore come ricerca della giustizia, della pace, clemenza, cortesia. Amore verso l’individuo come espressione diretta di una dimensione sociale più ampia, dove l’io e il noi siano strettamente correlati e direttamente proporzionali, protesi alla promozione della responsabilità sociale di ciascuno. Penso al lavoro, che in fondo è il luogo di riscontro diretto dell’azione del singolo sulla società: “Sono questi muscoli tesi nello sforzo della fatica, questi cervelli ansiosi di produrre in eccedenza ai bisogni individuali, che rappresentano la funzione vitale dell’umanità, il significato dell’uomo” John Steinbeck “Furore”.  E penso che vicendevolmente correnti politiche e sindacati, ne parlano contrapponendo forzatamente, in termini di diritto/dovere, categorie di imprenditori e lavoratori. Nella sostanza pare che il lavoro è un diritto di chi lo deve svolgere e un dovere di chi lo deve produrre. Ma poi capita che anche un lavoratore che evidentemente non rispetta il proprio dovere produttivo, possa rivendicare il proprio diritto allo stipendio, contravvenendo al basilare senso civico tanto quanto l’imprenditore che evade i tributi e sfrutta il surplus di manodopera, svilendo irrimediabilmente l’effettivo valore sociale del lavoro in un processo inarrestabile di reciproco mutuo fallimento. Nella costante assenza di regole certe che salvaguardino i diritti dei più deboli, gli equilibri sociali restano garantiti da sparute minoranze attive, di imprenditori e lavoratori, culturalmente evolute e protese verso una superiore etica sociale, che operano in autonomia e sono distanti dai meccanismi vigenti. Ma, se le minoranze attive non cercano consenso e non sono l’interlocutore a cui si rivolge la classe politica, come possono diventare motore di sviluppo per il Paese? A questa domanda, in una recente intervista Giuseppe De Rita risponde: “Le minoranze vitali crescono, anche se si tratta di un processo lungo. Nel giro di quattro o cinque anni questo porrà un problema, anche a coloro che oggi fanno politica attraverso la ricerca del consenso sul territorio. La prospettiva, comunque, è una sola: bisogna creare le condizioni perché si possa investire e lavorare in Italia.”

Amore tra singoli individui come: affetto, appagamento, attenzione, delicatezza, felicità, piacere, tenerezza; in tutte le sue sfumature di Eros e Anteros, Amore e Psiche. Amore come trascendenza, che accende il nostro stesso esistere, rivelando a noi stessi ciò che siamo, mostrandoci il profondo della nostra anima come nessun altra esperienza o cosa potrebbe fare, è una sorta di magia che scoppia all’improvviso, senza ragione e svela limpidamente la finitezza del nostro esistere, che può accedere al divino infinito ormai solo attraverso la vita dell’altro. “Sembra che le vette della mente non sappiano perchè si protendano verso il cielo, se il cielo è vuoto. E allora, solo l’amore, con le sue folgorazioni, può favorire quel cedimento della mente che è necessario, perchè la roccaforte della ragione, a differenza del cuore, è incapace di sfiorare la verità senza possederla.” Umberto Galimberti “le cose dell’amore”. L’Amore rende il corpo solo un vestito per l’anima e la fusione è totale nella perfetta corrispondenza, e non può essere pensato, ma solo raccontato. È un moto dell’anima che invade tutto tutti i sensi, svelando l’unità indissolubile tra corpo e pensiero, e solo la poesia riesce a tradurlo, ma solo in piccole immagini sfuggenti. Come nelle poesie di Pablo Neruda “Se tu mi dimentichi”(…) se tocco _ vicino al fuoco _ l’impalpabile cenere _ o il rugoso corpo della legna, tutto mi conduce a te; (…) il mio amore si nutre del tuo amore, e finché tu vivrai starà tra le tue braccia _ senza uscir dalle mie. “XVII sonetto”(…) T’amo senza sapere come, né quando, né da dove, t’amo direttamente senza problemi né orgoglio (…). così vicino che la tua mano sul mio petto è mia, così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.Il tuo sorriso”(…) Dura è la mia lotta e torno _ con gli occhi stanchi, a volte, d’aver visto _ la terra che non cambia, ma entrando il tuo sorriso _ sale al cielo cercandomi _ ed apre per me tutte _ le porte della vita.

Infine un brevissimo accenno all’Amore raccontato nell’arte, come moto generativo del pensiero, che accomuna molteplicità d’individui intorno a valori estetizzanti. Tutta la storia dell’arte racconta degli stravolgimenti culturali a volte sintetizzati, a volte anticipati: dalle pitture rupestri, a Giotto alle contaminazioni tra tutte le arti e tra arti e scienze preconizzate dal Futurismo, all’accelerazione delle reciproche corruzioni tra arte, cultura, consumo e società, innescata dalla Pop Art, fino ad arrivare alla “(in)civiltà del rumore, dove la scoria massmediatica ha completamente soppiantato le attività culturali che erano anche luogo di socializzazione, sostituendole con la moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali – visive, auditive, tattili.” Gillo Dorfles “Horror Pleni” Del resto tutte le arti hanno sempre radunato grandi pubblici in cerca d’identità, di luoghi in cui perdersi o trovarsi, come nei concerti di Giovanni Allevi che radunano migliaia di persone, o negli abiti di Elio Fiorucci acquistati da milioni di persone in tutto il mondo.

 

03_P42_09 Astrazioni, incontro con Ettore Spalletti, Anna Cascella Luciani, Robert Mapplethorpe

Presentazione di Franca Falletti Direttrice Galleria dell’Accademia / Polo Museale di Firenze / 2009

La mostra Robert Mapplethorpe. La perfezione nella forma allestita nella Galleria dell’Accademia di Firenze offre una nuova lettura del notissimo fotografo americano, focalizzata sul tema del rigore geometrico interno alla struttura dell’immagine.

In questo senso si spiega e acquista coerenza l’accostamento, anche fisico (la prima parte dell’esposizione è collocata accanto alla collezione permanente di scultura, patrimonio della Galleria), delle opere di Mapplethorpe con Michelangelo, il Giambologna e il Pontormo, cioè con la grande stagione Fiorentina del Rinascimento, il cui pensiero e la cui arte è dominata da uno spazio razionalizzato secondo le leggi della prospettiva brunelleschiana e da una misura del corpo umano sottoposta al modello canonico di Vitruvio.

Tuttavia Mapplethorpe, per quanto appassionato di Michelangelo, come anche lui stesso con parole esplicite più volte ricorda, è pur sempre un artista del ventesimo secolo, fortemente ancorato con l’ambiente della città di New York, in cui si è formato e ha lavorato per tutta la sua (breve) vita. Perciò la mostra non ha potuto escludere alcuni fondamentali richiami a suoi contemporanei con i quali ha condiviso la scena fin dagli anni Settanta, come Andy Warhol e Brice Marden o che gli sono stati maestri spirituali e al cui repertorio talvolta gli capita di fare consapevole allusione, come Man Ray.

Presenza a sé, invece, è nelle sale della mostra l’opera di Ettore Spalletti Altrove, oltre l’azzurro, che l’artista ha concepito appositamente per questo evento.

Presenza a sé, ma non ingiustificata.

Nel numero di aprile 1984 appare infatti sulla rivista Domus un breve intervento a firma di Lisa Licitra Ponti in cui si fa riferimento ad una intervista che l’autrice aveva fatto l’anno precedente a Robert Mapplethorpe, molto verosimilmente proprio in Italia, terra che ebbe modo di conoscere in un viaggio che lo portò ad esporre a Venezia, a Palazzo Fortuny, e a Napoli per Lucio Amelio. Alcune frasi del testo sono virgolettate e in inglese, pertanto si presume che in esse siano riportati alla lettera piccoli brani dell’intervista; fra questi “In my studio when I shoot I prefer silence” che appare all’interno del commento “ Si capisce che Mapplethorpe ami lavorare in silenzio … e che in ambito artistico egli preferisca Brice Marden ed [Ettore] Spalletti…”.

Il senso della preferenza accordata a Spalletti da parte di Mapplethorpe è analizzato da Bruno Corà nel suo saggio Robert Mapplethorpe scultore di luce all’interno del catalogo della mostra. Corà fa riferimento a due piani su cui si possono rapportare questi artisti, la cui vita e il cui approccio all’arte appare al primo sguardo categoricamente divergente: la plasticità e la sensibilità alla materia di superficie. Invero la plasticità sia in Mapplethorpe che in Spalletti tende all’essenza della forma ed è costruita dalla congiunzione/contrapposizione di spessori luminosi e l’attenzione alla materia di superficie è in ambedue una sorta di passione carnale contenuta dalla tensione estetica.

Vorrei tuttavia aggiungere un ulteriore spunto di pensiero, perché mi attrae la vicinanza della frase relativa al silenzio con il nome di Spalletti, uomo silenzioso che notoriamente lavora in silenzio su un’arte silenziosa. Non così Mapplethorpe. Ma solo apparentemente. Perché quando scattava anche lui prediligeva il silenzio del suo studio, da cui lasciava fuori il clamore che gli eccessi della sua vita e delle sue immagini fotografiche produceva e produce tuttora a venti anni dalla sua morte. Il silenzio non inteso come un mero stato fisico dell’ambiente, ma come situazione dell’animo che si pone fuori del contingente e si sottrae al fenomenico per sospendersi nella atemporalità della perfezione formale.

In questo spazio nitido, regolare e vibrante di luce i due artisti possono ancora oggi essere accostati, come avevano proposto fino dall’inizio i curatori della mostra: l’idea di Spalletti si è invece spinta oltre, proponendo e realizzando un’opera che non si confronta semplicemente con le foto di Mapplethorpe, ma diviene supporto per sei di esse, compreso il relativo impianto di illuminazione e la cartellinatura. Il progetto traduce così, in materia e forma, il concetto di continuità e compenetrazione di esperienze artistiche lontane per tempi e per luoghi, che sta alla radice della mostra stessa; e questo avviene senza traccia di retorica alcuna (in silenzio, insomma). Infine, il progetto estende la problematica della relazione con l’ambiente, che è sempre sottesa con forza nelle realizzazioni di Spalletti come equilibrio armonico e specchiamento nei confronti dello spazio ospitante, trasformandola in relazione con l’ambiente storico, ovverosia con il tempo.

 

04_P42_09 Incontro con Giacinto Di Pietrantonio, Daniele Puppi, Pietro Roccasalva

 

 

Giacinto Di Pietrantonio e Pietro Roccasalva

Che cosa è Arte?

Fra le Icone che scendono e i Simulacri che risalgono, la fabbricazione di Artifici Intelligenti.

Che cosa è Bellezza?

Un oval portrait di Galatea.

Che cosa è Corpo?

Nonesserqui.

Che cosa è Dono?

Xenia.

Che cosa è Estetica?

Etica dello Sguardo che assoggetta espropriando l’occhio “critico” e il giudizio estetico “disinteressato” dello spettatore.

Che cosa è Fatale?

Il dubbio di Zurvan.

Che cosa è Glorioso?

La vittoria del sole sul sole.

Che cosa è Humus?

“Potente vita inorganica che rinserra il mondo”.

Che cosa è Italia?

Il mio paese straniero.

….

Sulla rivista sono presenti tutti i testi e le interviste, le opere degli autori per P42