P42_2010 collection

Raccolta 2010

42_10 01 Incontro con Achille Bonito Oliva e Serge Latouche

42_10 _02 Incontro con Ferdinando Scianna e Toni Capuozzo

42_10 _ 03 incontro con Alfredo Pirri e Giorgio Barberio Corsetti

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42_10 01 Incontro con Achille Bonito Oliva e Serge Latouche

 “Tra crisi evolutive e confronti culturali” Editoriale di Mariantonietta Firmani

Con un numero di Parallelo42 dedicato all’arte africana, a cura di Achille Bonito Oliva, ci piacerebbe porre l’accento su una cultura alternativa a quella della globalizzazione e occidentalizzazione del mondo. Una cultura fondata sull’etica del dono sui valori della famiglia e del gruppo etnico, e dove le arti cercano un dialogo diretto e di mutuo scambio immaginifico con la società di riferimento, per rafforzarne i modelli sociali, ponendo sempre al centro il rapporto tra individuo e società, attraverso una doppia leggibilità, dall’individuale al collettivo, dal globale al locale.

Nell’intento di mettere in luce contrapposizioni, contaminazioni e proiezioni evolutive, nelle culture di nord e sud, oriente e occidente, ponendo l’accento sulla maggiore interrelazione dell’individuo con le urgenze sociali narrata dalla produzione artistica africana, lo spazio dedicato agli artisti, narrato dal testo critico di Achille Bonito Oliva storico dell’arte, critico e curatore, è integrato da un dialogo con Serge Latouche, economista e filosofo, per raccontare delle caratteristiche intrinseche della produzione artistica africana che sottende ad un diverso modo di intendere la vita e la società. Nel dialogo vogliamo proporre una riflessione sulle contraddizioni insite nei meccanismi della globalizzazione, sulle incongruenze tra progresso tecnologico e persistenza/aggravamento delle sperequazioni sociali, delle emergenze alimentari, sulle necessità di spostare il proprio punto di vista, cambiare la prospettiva da cui ordinariamente si considera il mondo, al fine di superare il pregiudizio che vede le differenti identità culturali come ostacoli piuttosto che come luogo potenziale di reciproco arricchimento.

Nello specifico di questo numero, la filosofia della decrescita serena, è forse un luogo dove individuare le relazioni strategiche tra Paesi industrializzati e Africa, per scoprire possibili convergenze e luoghi di reciproco aggiustamento. Con questo obiettivo sorgono domande su alcune questioni basilari, che proviamo a delineare per impostare un dialogo con gli autori e con le immagini, nell’intento di trovare le relazioni di reciprocità o contrasto che esistono delle differenti culture del nord e del sud del mondo tra: uomo donna, individuo denaro, individuo natura, individuo città, individuo politica, individuo cultura, società territorio.

 

Piccoli stralci delle interviste

Mariantonietta Firmani Ernst Gombrich in “Arte e progresso”, dice che “lo scopo dell’arte cristiana consiste nel porre in maniera persuasiva e toccante davanti agli occhi dello spettatore le figure sacre e soprattutto le vicende della storia sacra, per così dire, trasformandolo in un testimone dei fatti e delle sofferenze dei santi o anche degli eroi antichi su cui egli deve meditare.” Dunque la ricerca della perfezione estetica, è funzionale allo scopo. Qual è lo scopo dell’arte africana?

Achille Bonito Oliva: intanto nella società africana, non esiste la parola arte. La parola arte nasce nella cultura e civiltà occidentale, a partire da quella greca che designa l’arte con la parola Tècne (τέχνη) proprio perchè era frutto di un artificio, di tecniche particolari che venivano messe a servizio di una rappresentazione, prima naturalistica, di mimesi, come diceva Aristotele, e dopo rappresentazione delle idee platoniche, la Tècne esprime anche valore etico ed estetico insieme a tutto l’apparato di regole e di norme, di strumenti e di tecniche per realizzare l’ artificio e la forma. Nell’antropologia culturale africana invece, l’arte ha una funzione apotropaica e magica. Il totem viene guardato non nella sua tridimensionalità plastica nel suo volume, ma viene guardato come emblema di rapporto con le forze del bene e le forze del male. Nella cultura africana, la così detta arte ha una funzione anche salvifica, di difesa, di propiziazione; non ha una pelle, una superficie estetizzante da guardare. Il pubblico africano, il contesto in cui si producono questi amuleti, questi oggetti, in cui si utilizzano questi colori, è un contesto che ha a che fare con un mondo magico, con un’idea quasi metafisica. In realtà, come dicevo prima, parlando degli oggetti e delle forme dell’arte africana, parliamo delle opere su cui le avanguardie storiche occidentali hanno operato, da cui nasce l’espressionismo di Kirchner , da cui nasce il cubismo di Picasso o di Braque, da cui nasce il bricolage di Duchamp. È dunque l’artista occidentale che ha una visione formale della cosiddetta arte africana. Tuttavia, per gli africani di oggi è diverso confrontarsi con questo tema, perchè c’è stata una evoluzione. l’Africa ha subito per secoli forme di forte colonizzazione, quindi vive una situazione post coloniale in cui è vero che ha delle proprie radici ma contaminate ormai anche da tradizioni che provengono dall’occidente per cui oggi possiamo dire che gli artisti africani vivono una condizione che rasenta il sistema dell’arte occidentale.

 

Mariantonietta Firmani: nella società capitalistica, la virtualizzazione della vita, ha reso la natura come elemento totalmente avulso dalla nostra vita, da conoscere e fruire in condizioni organizzate e predeterminate, (quasi in una sorta di musealizzazione della natura) e non nel normale scorrere della vita. D’altro canto nella società africana, come molte società originarie, è ancora fondata su un rapporto di consapevole dipendenza con la natura, che deriva dall’osservazione dei fenomeni naturali anche in maniera empirica. Nei paesi industrializzati, la teoria economica prevalente, almeno per quel che riguarda la microeconomia, si rifà alle ipotesi neoclassiche, nelle quali la Natura non è considerata come fattore da calcolare. Qual è il ruolo della Natura nel progetto della decrescita?

Serge Latouche: l’economia è una cosa molto particolare e in un mondo che gli intellettuali che poco a poco si sono nominati economisti, hanno immaginato un mondo fittizio fondato sulle teorie della meccanica newtoniana, e hanno creato un luogo di progetto completamente astratto e hanno pensato che li potesse vivere un uomo particolare che hanno chiamato l’homo economicus, e hanno pensato che poteva funzionare e sembra che finora ad un certo punto ha funzionato. Si pensava che l’aria, l’acqua e le altre risorse naturali erano illimitate. E’vero che nel 700 c’erano meno di 2 miliardi di uomini sulla terra allora sembrava che il pianeta era illimitato e ha potuto funzionare. Ma ora sappiamo che viviamo in un pianeta limitato e che non si può produrre e consumare all’infinito che le risorse sono al limite e dobbiamo reintrodurre il senso della misura. L’economia politica non ha introdotto dentro la sua logica, soprattutto i neoclassici ma più o meno tutti gli economisti da questo punto di vista sono in questo mondo mitico della mancanza di limiti. Le fait que la vie économique se déroule sur un espace concret qui obéit aux lois de la thermodynamique, et en particulier à la deuxième loi, la loi de l’entropie. Quand on a brulé un litre de pétrole dans sa voiture, l’énergie transformée n’est plus disponible sous une forme utilisable. Il a fallu attendre les années 70 et Nicholas Georgescu Roegen pour commencer à sensibiliser les économistes à cette évidence.

 

 42_10 _02 Incontro con Ferdinando Scianna e Toni Capuozzo

Dalla realtà all’immagine e ritorno – Editoriale di Mariantonietta Firmani

Chi ha ancora la volontà di vedere oggi, quando la sovraesposizione mediatica, rende “emozionante” e sopportabile anche la guerra? Ovvero: sarà possibile ri-dare peso morale alla realtà anche attraverso la comunicazione di testi e immagini, e sperare in una re-azione sociale contro ingiustizie e violenze?

C’è una domanda che mi ronza in testa da un po’di tempo: ma le buone notizie sono davvero così poche? A voler guardare con un po’ di attenzione, è evidente che i palinsesti televisivi, ed ultimamente anche della carta stampata, siano pensati per “vendere utenti alla pubblicità”, per catturare più facilmente l’attenzione di un pubblico sempre più massificato e distratto, e perciò si realizzano programmi sempre meno densi di valori semantici, etici e sociali, che “l’audience accetta purché ci si metta sopra del pepe, delle spezie, dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso, dal sensazionalismo.” (da una patente per fare tv di Karl R. Popper ).

Siamo arrivati ad un punto in cui sembra che la guerra stessa, vissuta da popoli “lontani”, ma anche le tragedie, spesso personali, gli scandali politici, in virtù anche della quantità enorme che ne appare sui media, siano utilizzati non più per informare, quanto per catturare attenzioni morbose che distolgono dal significato stesso delle notizie così come distolgono l’attenzione dei singoli dal contesto sociale. La violenza fisica e psicologia cime la superficiale volgarità, sciaguratamente strumentalizzate dalla società dei consumi, entrano in tutte le case e nel tempo delle persone come sostanza del quotidiano, percepite come talmente sovradimensionata rispetto all’individuo da vanificare anche solo il pensiero di azioni e reazioni concrete da parte degli singoli e della società. E ancora, il surplus ingestibile delle informazioni, spesso inibisce le singole volontà d’azione, specie nei giovani per indurre solo paure e solitudini. È difficile in questo contesto essere davvero informati, riuscire a trarre informazioni comprensibili, e davvero fruibili per una crescita personale, che possa determinare poi un’auto-costruzione che sia in relazione alla società di riferimento. Su questi argomenti incontriamo Ferdinando Scianna e Toni Capuozzo, con una vita di esperienze sul campo, spesa ai massimi livelli del confronto internazionale, e da loro vorremmo sapere di alcune questioni. Per esempio se il reportage fotografico o giornalistico preferisce sempre la testimonianza diretta, se è semplicemente così, se esso implica una particolare tecnica nel racconto, se l’obiettivo, nei reportage d’inchiesta in genere, e ancor più nei reportage di guerra, è quello di narrare o ammonire o dissimulare o cos’altro. Volevamo sapere di come nasce il progetto di un reportage, se dalla committenza o dal desiderio personale del giornalista o fotoreporter e se oggi è cambiato il rapporto tra committenza e reporter. Leggevo, non ricordo dove, che oggi a causa di ristrettezze economiche, sia le testate giornalistiche che radiofoniche o televisive, tendono a non avvalersi di inviati per i fatti di cronaca ma a lavorare di copia e incolla, se questo è vero, è intuitivo che si riduce a priori la veridicità della notizia. Per Henri Cartier-Bresson: “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. E’ porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”. Allora volevamo ascoltare dalla voce di due gradi interpreti, che rapporto c’è tra la foto e il fotografo, che rapporto c’è tra: la storia che accade, il giornalista e il racconto che ne scaturisce, e se esiste la censura, se essa può avere valori positivi o negativi. Pensando all’autorevolezza della Magnum Photos, volevamo sapere se esiste in Italia un ente omologo a quello che istituì nel 1937 il presidente Roosevelt: la Farm Security Administration (FSA), centro di committenza fotografica che, nell’intento di documentare la recessione agricola dilagante nel Paese, permise la costituzione di immenso bagaglio fotografico conservato presso la Library of Congress di Washington, e parimenti vide svilupparsi una importante schiera di fotoreporter. Con lo sviluppo delle tecnologie informatiche e poi con l’avvento di internet c’è oggi un dilagare di siti che vendono foto di ogni genere ed ambientazione, spesso utilizzate nelle campagne pubblicitarie e nei processi di comunicazione in genere. Così come, è possibile recuperare notizie non sempre certificate sui diversi fatti che accadono nel mondo. Dal punto di vista di un professionista, questo è un male o un bene? Ovvero si sposta in alto la competizione professionale o si abbassa il livello qualitativo dell’immaginario collettivo? Quanto incide la tecnica utilizzata nel racconto fotografico/giornalistico? Quanto è cambiato il rapporto tra tecnica fotografica e contenuto dell’immagine dal volume Street life in London di John Thomson e Adolph Smith, che nel 1877 segnò la nascita della fotografia documentaria?

Ferdinando Scianna è siciliano/milanese, fotoreporter, il suo lavoro nasce con il racconto fotografico delle tradizioni popolari dove soggetto protagonista sono le persone e il loro modo di essere società e con la sua capacità di creare un immaginario inedito unisce popoli, costumi, moda e reportage, divenendo fotografo di moda per le più prestigiose riviste internazionali, è inviato speciale a Parigi con l’Europeo, è unico italiano a far parte della Magnum Photos, la profonda ricerca culturale del suo lavoro lo porta a stringere amicizia e collaborazione con autorevoli emblemi culturali del nostro tempo come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Manuel Vázquez Montalbán, Jorge Luis Borges, Giuseppe Tornatore, ecc.. Ferdinando Scianna in una intervista dice “Fotografavo le feste religiose perché erano la manifestazione del modo di essere del popolo”. Cosa racconta invece il popolo italiano oggi, in termini di immagini e di testi?

Toni Capuozzo è napoletano/triestino, giornalista, inviato speciale, vicedirettore del TG5, conduttore di “terra” settimanale del TG5, è corrispondente di programmi informativi e testate giornalistiche, titolare di rubriche sul quotidiano il foglio e sul mensile del Touring Club Italiani, ha intervistato i più autorevoli personaggi contemporanei a partire dall’intervista esclusiva a Jorge Luis Borges durante la Guerra delle Falkland (1982), autore di libri e testi teatrali. Pur con  con un impegno costante nel raccontare la realtà così com’è. Toni Capuozzo, in “Adiós” racconta dell’inizio del suo giornalismo che parte da ideologia e arriva alla realtà per scoprire che le ideologie davvero mistificano le cose. Perchè il linguaggio politico ed anche il progetto politico, se ancora esso esiste, si ostinano a non fare i conti con questa realtà?

E poi volevamo chiedere a entrambi se ci raccontano il lavoro a cui ciascuno è più legato.

Sulla rivista il bellissimo dialogo

 

 42_10 _ 03 incontro con Alfredo Pirri e Giorgio Barberio Corsetti

Vuoto per pieno in continuo andirivieni. Roma 2 dicembre 2010 a casa di Alfredo Pirri con Andrea Cosentino, Barbara Goretti, Cecilia Canziani, Chiara Pirri, Daniela Lancioni, Daniela Pellegrini, Davide Ferri, Dora R. Stiefelmeier, Francesco Tasselli, Gaetano Di Francesco, Gianni Dessì, Giorgio Barberio Corsetti, Giuliana Carbi, Luciana Rogoziwski, Luigi Spinoglio, Marco Pistolesi, Mariantonietta Firmani, Massimiliano Tonelli, Massimo Troncanetti, Pierpaolo Pancotto, Pietro Montani, Riccardo Giagni, Simone Carella, Valentina Valentini, Yassmin Yaghmai.

 

Mariantonietta Firmani:vuoto per pieno”, ci è sembrato molto interessante come argomento di discussione insieme agli altri già trattati da Parallelo42 che più che di arte e cultura, vuole occuparsi della vita che raccontano. Interessante era cercare di capire che rapporto c’è tra vuoto e pieno; cosa è vuoto e cosa è pieno. La quantità delle risposte possibili è certo data dalla quantità di variabili che si vogliono considerare, allora il dialogo degli autori diventa forse un elenco di possibilità, un gioco di rimandi per associazioni d’idee, sempre a ribadire la relatività dei punti di arrivo, nella considerazione deduttiva del rapporto vuoto per pieno come il rapporto degli opposti. Vuoto per pieno, realtà per finzione, emozione e azione, ricerca per intuizione, cultura accademica per tradizione popolare, oriente per occidente, alba per tramonto, materia per energia, corpo per psiche, noto per ignoto.

La prima accezione che viene in mente è forse quella spaziale contenuta per esempio nella relazione tra vuoto e pieno che c’è nel progetto architettonico e urbanistico, dove vivono di continuo scambio e ribaltamento. Se il vuoto è lo spazio il pieno è l’edificio che a sua volta però è vuoto/spazio al suo interno, ma pieno di senso della vita privata; così come il vuoto/spazio urbano è un pieno di senso della vita sociale dentro la città. Nella progettazione urbanistica, fondamentale è lo studio del vuoto/spazio del sociale come luogo di relazione che restituisce un senso compiuto agli edifici. Così come, scendendo di scala, nel progetto dell’edificio, è il pensiero, l’estetica e la funzione dello spazio/vuoto interno, che determina un’armonica forma esterna, che a sua volta è interna alla città o al territorio. Nel percorso progettuale, è fondamentale la consapevolezza della reciprocità dei due concetti di pieno e di vuoto, che prendono il senso di interno ed esterno, di privato e pubblico. Questa consapevolezza ha portato nei secoli al sostanziarsi del linguaggio architettonico come espressione delle trasformazioni sociali, in concreto all’evoluzione dei pieni/forme e dei vuoti/spazi delle architetture e delle città come specchio delle evoluzioni filosofiche, intellettuali, spirituali e sociali. Ferma restando però, la generazione poetica del progetto “l’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce. Le ombre e le luci rivelano le forme”. Le Corbusier.

Ma se lo spazio è la prima categoria della razionalità, il tempo è la seconda, la causalità è la terza, altrettanto sottile e controversa è la relazione tra vuoto e pieno nella sfera dell’inconscio, allora viene in mente il ribaltamento prospettico di Schopenhauer che, muovendo dal pensiero che la razionalità non è in grado di cogliere la realtà tanto che l’unica realtà sostanziale è per lui la “volontà di vivere” che tuttavia è inconscia, in termini filosofici teorizza uno scambio di ruoli tra vuoto/indifferenza e pieno/volontà: “il nulla è quel che rimane dopo la soppressione completa della volontà, per tutti coloro che sono ancora pieni della volontà. Ma viceversa, per gli altri, in cui la volontà si è rivolta da se stessa e rinnegata, questo nostro universo, tanto reale con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, è il nulla”. E questa stessa dualità di contenuti tra vuoto e pieno visti in funzione della realtà e sua rappresentazione è espressa nel Teatro che è il luogo dove forse meglio si compone il rapporto realtà/emozione per finzione/azione. L’attore deve costantemente lavorare su se stesso per dominare il più rapidamente possibile qualsiasi personaggio. Per arrivare a questo risultato, fondamentale è il sistema della reviviscenza o immedesimazione, una “psicotecnica” dove si esplica la realtà come finzione e la finzione come realtà. La Psicotecnica muove dai concetti di memoria emotiva e memoria sensitiva per applicarle alle esigenze dello stato interpretativo dell’attore, e si evolve nel “sistema delle azioni fisiche” di Stanislavskij perchè lavorare soltanto sulla memoria, sensitiva ed emotiva, è insufficiente per la presa pratica della riviviscenza, quindi psicotecnica e tecnica fisica esteriore, devono interagire per rendere visibile l’invisibile vita creativa dell’attore. L’attore deve iniziare la sua creazione dall’azione fisica, per poi integrare le memorie, facendo uso di ciascun procedimento in funzione della natura stessa del personaggio.

In oriente invece, la filosofia taoista, prima che le forme, indaga il moto continuo insito nella vita della natura e degli uomini. Il Tao, è il cerchio che raffigura il tutto, suddiviso in due parti: la nera yin e la bianca yang che simboleggiando i principi polari assoluti, illustrano concretamente il divenire del macrocosmo e del microcosmo. Yin rappresenta il principio del femminile, della passività, del freddo, dell’oscurità, della morbidezza, dell’introversione, il basso, ecc. ed era associato alla notte, alla terra, all’acqua, alla quiete. Yang è il principio del maschile, dell’attività, del caldo, la durezza, l’energia, lo stimolo, l’esterno, l’alto, l’estroversione, associato al cielo, alla luce, al sole, al fuoco, ecc.. Dal loro armonico interagire nasce tutta la realtà. Ogni cosa ha un aspetto yin ed uno yang, che si controllano reciprocamente e si creano a vicenda trasformandosi all’estremo l’uno nell’altro.

E così, dalla filosofia che indaga il senso del mondo e i limiti della conoscenza, alla scienza come osservazione sperimentale degli eventi naturali per giungere alla spiegazione precisa della realtà fattuale delle cose, il punto di arrivo è lo stesso: E=Mc2, l’energia (yang) all’estremo si può trasformare in materia (yin) e viceversa.

 

Alfredo Pirri: questo incontro con Giorgio Barberio Corsetti, avviene dopo molti anni di conoscenza, stima reciproca e frequentazione (purtroppo non sempre continuativa). Abbiamo deciso di fare questo dialogo in forma pubblica, anche se le persone che abbiamo intorno sono tutte amiche e l’incontro si svolge a casa mia. Pensavamo fosse bene non trattenerlo dentro una dimensione privata, fra noi soltanto intorno ad un registratore ma allargarlo a persone che stimiamo, in modo da coinvolgerle in un colloquio che ci espone l’uno verso l’altro con fiducia, la stessa con cui si confessa qualcosa d’intimo a una persona cara, sapendo di fare affidamento sull’amore prima che sullo scambio verbale. Abbiamo trovato un titolo a questo incontro: “vuoto per pieno”, è un titolo che richiama soprattutto la questione del vuoto presente nel lavoro di entrambi e, come mi diceva l’altro giorno Giorgio, per lui particolarmente importante oggi. Con questa locuzione io non intendo però qualcosa di filosofico, ma qualcosa di molto pratico. Con “vuoto per pieno” infatti s’indica un particolare modo di misurare lo spazio in edilizia che corrisponde anche a un tipo specifico di contratto artigianale: Il muratore o l’imbianchino, per prevedere il costo di un lavoro in maniera semplice, misura le superfici vuote, ad esempio i vani delle porte, delle finestre o delle aperture in genere integrandone poi la dimensione in continuità con quelle fatte di muratura, quindi piene, in modo che il prezzo del lavoro risulti dalla somma delle due misurazioni. In tal modo si afferma il principio di una totale equivalenza tra vuoto e pieno. A prima vista questo ragionamento appare un imbroglio, un modo subdolo per applicare il costo del pieno anche al vuoto ed equiparando quindi il costo di quello che si realizza realmente con quello che non è invece realizzato. La loro equivalenza economica è giustificata da un surplus di lavoro e di attenzione necessaria per lavorare sui vuoti (o sul vuoto) rispetto ai pieni. Si ritiene cioè che la difficoltà e il tempo lavorativo necessario per lavorare sul vuoto fa sì che esso sia molto più prezioso del pieno. Ne risulta che l’apparente equivalenza fra i due parametri, sia in effetti una concessione che il vuoto rende al pieno, una sorta di regalo, visto il suo valore molto più elevato. In un certo senso, il vuoto valorizza il pieno aggiungendogli un sovrappiù di prezzo, impreziosendolo.

Come però dicevo all’inizio, con Giorgio abbiamo deciso di affrontare quest’argomento, a partire dal nostro lavoro; da come, cioè, in quello che facciamo, anche inteso in modo semplice e pragmatico vuoto e pieno si equivalgano fino a confondersi. E in effetti così è in ogni opera, il loro equilibrio è la base del lavoro dell’arte. Ma questo rapporto così equilibrato e perfetto non deve impedirci di pensarli come forze contrastanti, drammaticamente in conflitto che lottano dentro l’opera per avere il sopravvento e lottano anche negli occhi e nella mente di chi l’opera la guarda per conquistarne l’identificazione, la comprensione, la condivisione, vuoto e pieno in un’opera sono alternativamente sfondo e figura, si spingono e attraggono a vicenda cercando di annullarsi. Almeno io li vedo e vivo così: il loro dialogo, la loro armonia è solo il risultato momentaneo di un’opera che li cattura entrambi costringendoli alla coesistenza

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