P42_2011 collection

Raccolta 2011

Parallelo42 2011 Edizioni Speciali | Global Education di Giuseppe Stampone con Mario Botta, Alberto Abruzzese, Santiago Serra, Vittorio Gaddi, Julia Kent, Giuseppe Stampone

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Un piccolo stralcio dell’intervista con Mariom Botta

Architettura: tra globale e locale, reale e virtuale incontro con Mario Botta

 

Mariantonietta Firmani: Global educational nasce come riflessione a posteriori di un dato di fatto ormai ineludibile che è sostanzialmente causa delle evoluzioni globalmente percepibili, e che diventano stravolgenti proprio a causa della loro repentinità. Globalizzazione in tutte le sfere della vita dell’uomo, globalizzazione che no può prescindere dal rapporto con le nuove tecnologie, le nuove tecnologie hanno un impatto irreversibile e strutturale nella mente dell’uomo e nelle relazioni sociali, impatto a cui anche gli uomini occidentali non sanno ancora far fronte: “sommergere gli indigeni sotto un diluvio di concetti ai quali nessuno li ha preparati, è stato il comportamento normale di tutta la nostra tecnologia. Ma con i media elettrici, anche l’uomo occidentale subisce la stessa inondazione.” M. McLuhan 1959. Incontriamo il Maestro Mario Botta Architetto che ha saputo portare il suo progetto, la sua attività umana e poetica in tutto il mondo, per chiedere a lui di quale sia l’impatto che la globalizzazione ha portato: in positivo o in negativo, di contenuti e di forma, nel pensiero e nel progetto architettonico. Per prima cosa siamo comunque convinti che globalizzazione e tecnologia a parte, tutto, sempre e ancora, ha origine nel pensiero e nel cuore dell’Uomo. Mario Botta, com’è nato il suo desiderio di fare architettura?

 

Mario Botta: è un desiderio adolescenziale, quando ciascuno deve iniziare a pensare al proprio mondo, mi è sembrato che le mie predisposizioni mi invitassero ad una attività legata all’immagine, quindi avrei potuto forse fare anche il fotografo o anche il pittore; comunque volevo lavorare con l’immagine. Poi alla fine delle scuole medie, non volevo più continuare gli studi, quindi ho affrontato l’apprendistato di disegnatore edile, all’ora c’era questa scuola di tre anni, come disegnatore edile presso uno studio di Lugano, e da li è nata la scintilla.

Lavorando come ragazzo da bottega, mi sono reso conto che c’era questa magia di poter realizzare, di poter costruire un segno che era stato tracciato sulla carta, e quindi trasformare in realtà una idea progettuale, un segno, un’intuizione, e li mi sono innamorato di questo mestiere, così successivamente è tutto risultato è facile.

Mariantonietta Firmani: le nuove tecnologie, pensiamo a facebook e tutti i social network, hanno sostanzialmente infranto le barriere tra privacy e condivisione generando l’urgenza di ridefinire il rapporto tra spazio pubblico e privato, di ripensare l’equilibrio tra diritto alla libertà individuale e bisogno di sicurezza collettiva. Nel percorso progettuale, è fondamentale la consapevolezza della reciprocità dei due concetti di interno ed esterno, di privato e pubblico. Questa consapevolezza ha portato nei secoli al sostanziarsi del linguaggio architettonico come espressione delle trasformazioni sociali, in concreto all’evoluzione dei pieni/forme e dei vuoti/spazi delle architetture e delle città come specchio delle evoluzioni filosofiche, intellettuali, spirituali e sociali. Le sembra che sia cambiato il ruolo che l’architettura riveste all’interno della società e per il singolo uomo in questa epoca di globalizzazione e virtualizzazione?

Mario Botta: probabilmente è cambiata e cambierà in futuro come però è cambiata anche in passato. Penso a quando si doveva consegnare un messaggio attraverso un messaggero che impiegava giorni per andare a comunicare con una persona che era lontana, evidentemente anche lo spazio fisico, lo spazio dell’organizzazione architettonica era diverso da quello che viviamo noi o che abbiamo vissuto nel millennio scorso.

È indubbio che questi nuovi strumenti modifichino la percezione anche dello spazio fisico; però lo spazio fisico resta sempre quello che ritma il ciclo solare delle ventiquattro ore che quello nel quale ancora oggi l’uomo vive. Non perché oggi si possa navigare su internet ventiquattro ore su ventiquattro, che cambia il ritmo naturale dell’uomo che si alza al mattino, lavora durante la giornata e riposa la notte.

Ci sono dei valori legati ad un ciclo solare, stagionale, naturale, che io ritengo mantengano la loro forza, la loro pregnanza; poi gli altri sono strumenti che di volta in volta vengono usati.

Io non ho mai acceso face book e vivo benissimo anche senza comunicare virtualmente con questi tempi sempre più rapidi. Io credo che l’architettura mentre lo spazio dell’uomo si modifica, deve fare i conti con una cosa certa, una, che è la mortalità dell’uomo.

L’uomo non è un essere infinito, ha dei cicli naturali, nasce, vive, lavora  e muore, e quindi lo spazio che gli è congeniale, dentro il quale deve muoversi, è uno spazio che risponde a questi ritmi naturali. Certo gli strumenti elettronici sono formidabili, hanno totalmente modificato la nostra percezione del mondo, ma questo è un altro aspetto.

L’architettura deve fare sempre i conti con una realtà di un territorio che è sempre una realtà locale, che ha una sua storia, una sua memoria, una sua cultura ed una  propria identità. E qui secondo me è il lavoro dell’architetto oggi, che può da un lato portare la propria sensibilità per le trasformazioni del paesaggio, perché questa è poi l’attività del fatto architettonico in culture anche diverse, naturalmente con la misura e l’attenzione dovuta, però poi la realizzazione deve essere fatta con le forze local.

Io sempre ho un partner locale, le imprese ovviamente sono quelle locali, le tecniche costruttive, pur con delle leggere trasformazioni e adeguamenti progettuali, ma sono quelle locali, e quindi è una attività di trasformazione di un territorio che ha una sua propria storia e che subisce le trasformazioni date dalle esigenze di oggi.

 

Giuseppe Stampone: tabula rasa; Global Educazion ormai quasi tutti i programmi,tutti gli avvenimenti saranno inghiottiti dal business, al paesaggio post-architettonico privo di una teorizzazione. Un’azione-rivoluzione senza programma …. indipendente da qualsiasi volontà sociopolitica. Il modello di modernizzazione ha perso la sua forma di rappresentazione data mediante la definizione di tutte le categorie dell’organizzazione e del pensiero sociali in termini propriamente sociali, ossia nei termini delle funzioni svolte dagli attori e dalle istituzioni per garantire la coesione della società e la sua capacità di adattarsi ai cambiamenti necessari … ma oggi con l’annullamento dello spazio-tempo sequenziale e didascalico, e con l’uscita (per fortuna) fisica e mentale della prospettiva rinascimentale (ingabbiamento ad un ordine gerarchico di apparizione) i ritratti sociali sono superati a favore di caratteristiche individuali che prendono il sopravento (Esperienza Neodimensionle).

La prospettiva rinascimentale, si è sviluppata a partire da ondate di alfebitizzazione anche molto lontane, che hanno determinato la ristrutturazione della mente in un nuovo modello di organizzazione del pensiero e che hanno strutturato, socialmente e politicamente, la storia dell’uomo stesso con un pensiero socio-politico volto a immobilizzare, comandare, dirigere e sterilizzare l’esperienza umana, fissando il mondo secondo una logica di qualcuno all’apice della piramide … la volontà di pochi di fissare il mondo per analizzarlo nel tempo.

La realtà di oggi, però, è troppo grande per essere ingabbiata nel cyberspace certe categorie non esistono più, quindi l’opera non si può considerare prodotto, o forma, o spazio esclusivo dell’artista, condizioni che alcuni anni fa hanno determinato (spostandomi da un luogo all’altro del mondo) in me la necessità di costruire il network Solstizio Project (www.solstizioproject.net) che mi ha permesso di trasfigurarmi, connettermi, relazionarmi assumendo come pelle il mondo. Per quanto riguarda L’architettura lei che ormai da anni progetta e vive la realtà della “Global Educazion” condivide la mia visione attuale della trasformazione dello stato dell’arte? Quali sono stati secondo lei i cambiamenti più radicali con l’avvento del Villaggio Globale?

 

Mario Botta: in questo pensiero ci sono molte idee e molte verità che certamente si possono condividere. Io non ho la forza di collocarmi a tentare di tracciare un profilo sulla condizione dell’arte oggi, anche perché le dico sinceramente, che amo di questo nostro mestiere che è l’architettura, il fatto che alla fine è al servizio di una funzione: mi chiedono una casa, una chiesa, una scuola, un ospedale, un ponte; dove l’elemento funzionale o la risposta funzionale diventa da alibi per i problemi della forza espressiva che per noi magari restano prioritari.

Però insomma, senza tetto non c’è casa.

Quindi da questo punto di vista non ho la chiaroveggenza, proprio perché quando sono in difficoltà sui significati da dare oggi al fatto espressivo, quindi alla forma artistica ricorro all’alibi della funzione, che è l’elemento trainante.

Per fare un’opera di architettura ci vuole la committenza che ti chieda di risolvere determinati aspetti anche pratici, non deve piovere se fai un tetto, e questo per me è di grande sollievo, non ha quell’allure ideologica virtuale purista, di poter entrare nel dibattito tra cultura e fatto architettonico e fatto artistico, perché appunto alla fine dei conti il nostro mestiere deve rispondere a dei fatti molto tecnici funzionali.

 

Mariantonietta Firmani: ci parla di un elemento internazionale dell’architettura di Mario Botta?

Mario Botta: l’elemento che lega l’attività dell’architetto, ma non solo mia, è la legge di gravità: l’architettura è una attività, è una organizzazione degli spazi con le cariche e le tensioni che vengono trasmesse al suolo, quindi questo vale per l’Europa, vale per la Cina come vale per altri continenti. Quindi per prima cosa l’architettura deve fare i conti con il fatto della gravità. Poi il secondo elemento è la luce.

La luce è la vera generatrice degli spazi, senza luce non vi è spazio; quindi ecco che un altro dato oltre a quello della gravità è la luce che deve modellare gli spazi.

Poi dopo nel carattere così individuale del linguaggio ognuno ha le sue armi, io lavoro prevalentemente con la geometria, perché mi sembra che sia un atto di equilibrio tra una linea retta che ha una sua legge geometrica e una linea sghemba prediligo quella retta, ma questo fa parte del linguaggio di ognuno di noi e poi non è detto che sia ne buono ne cattivo, sono strumenti. Però la gravità e la luce mi sembrano che siano delle costanti, e queste costanti devono entrare in sintonia per dialogare, per modificare un equilibrio esistente alla ricerca di un nuovo equilibrio, questa è l’attività del costruire.

 

Mariantonietta Firmani: ci parla di un elemento assolutamente personale del progetto architettonico di Mario Botta?

Mario Botta: mi piace pensare che la costruzione di questi spazi, sia aperti sia all’interno dei volumi risponda anche ad una luce, ad una atmosfera che nel mio caso è propria della cultura mediterranea. Se io fossi nato e dovessi costruire al nord, probabilmente avrei una configurazione del linguaggio architettonico molto diversa; il fatto invece di sentire l’elemento di protezione come elemento fondamentale del fatto architettonico, la casa come una grotta, la casa come un rifugio, la casa come elemento di protezione, dal sole, dalle intemperie, dal vento, dalla neve.

L’idea forse di protezione mi è più consona dell’idea invece di una spazio neutro, mi sembra che l’idea del fatto architettonico porti con se l’idea del fatto della protezione, l’idea del rifugio, dell’utero materno.

 

Sulla rivista tutti i dialoghi e le opere degli autori per Parallelo42