P42 2012 collection

Raccolta 2012

 

P42_12_01 Achille Bonito Oliva su L’ideologia del traditore conversazione con Maurizio Ferraris

P42_12_02 incontro con Sissi e Francesco Casoli

P42_12_03 incontro con Loris Cecchini e Enzo Eusebi

P42_12_04 incontro con Alberto Garutti e Domenico De Masi

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Parallelo42 2012 Il gioco dell’arte 

Parallelo42 nasce con il desiderio di raccontare la vita attraverso la profondità dell’arte. L’opera di Achille Bonito Oliva è immensamente preziosa proprio perché attiva questo scambio costante tra vita e arte andata e ritorno. Così in questa raccolta, a partire  dall’ennesimo dialogo / rilettura di questo testo storico che è l’Ideologia del traditore che è capace ancora e sempre di suscitare nuove visioni, provocazioni, discussioni, sguardi indietro e passi avanti, le parole di ABO diventano frammenti di specchi che riflettono con altri autori invitati nuove letture del contemporaneo. Stralciate e straniante, frasi che racchiudono valori compiuti anche fuori e oltre il contesto narrativo del testo compiuto,  sono diventate luoghi d’incontro con gli altri autori della raccolta 2012 di Parallelo42 contemporary art: Alberto Garutti, Domenico De Masi, Sissi, Francesco Casoli, Loris Cecchini, Enzo Eusebi. Ma l’arte è infondo un gioco, come la vita. E come un gioco lanciamo a tutti Voi  lettori, la sfida di ascoltare, interpretare e interagire con le riflessioni di ABO, che abbiamo posto agli autori di P42 2012 (Mariantonietta Firmani)

  • “La menzogna nasce dal sen­timento reale dell’esclusione”
  • La specularità è la qualità tipica dell’essere fantasma, cioè immaginazione e doppio, che passa sempre attraverso l’intrigo del linguaggio. La metafora è la forma tipica del linguaggio riflesso che si esercita al di fuori della realtà senza potervi intervenire direttamente.
  • Del pensiero dell’arte. Ancora una volta il Manierismo formula no­zioni che riaffermano lo sforzo e l’artificio che tralascia il piacere e l’utile per la meraviglia.
  • La contaminazione della parola con l’imma­gine nasce dal bisogno di costituire una complessa vaghezza, che è quella non del pensiero compiuto ma del pensare, dell’ingegno restituito allo stato puro
  • In architettura lo stile tende alla atettonicità, allo svuotamento di peso dei volumi e delle costruzioni, mediante un assottigliamento che quasi vuole presentare le opere nel loro disegno e nel progetto mentale dell’artista.
  • L’impresa è una costruzione in cui parola e immagine interfe­riscono tra loro per costituire un’unità minima di espressione, in cui predo­mina la presenza assoluta del concetto.
  • L’arte manierista, consapevole di vivere in un ambito culturalizzato e di operare come citazione deviata e ideologia del tradimento, utilizza il terzo, il dicitore, per realizzare solo dall’esterno e fittiziamente quella che Panofsky definisce la visione circolare dell’arte e, negando la possibilità di un coinvol­gimento diretto del mondo.
  • L’impresa non denuncia mai il quotidiano, se ne allontana per stabilire sentenze assolute e gnomiche che presiedono a una conoscenza del mondo, quasi astratta e disinteressata, come deve essere la conoscenza dell’intellet­tuale manierista.

 

 

P42_12_01 Achille Bonito Oliva su L’ideologia del traditore conversazione con Maurizio Ferraris

Conversazione tra Achille Bonito Oliva e Maurizio Ferraris sul postmoderno in filosofia e in arte al Circolo della Stampa di Torino il 29 maggio 2012, in occasione della presentazione del libro L’ideologia del traditore di Achille Bonito Oliva, riedizione di Electa (2012) con postfazione inedita di Andrea CortellessaParla Maurizio Ferraris: Sono molto felice di presentare questo libro, un libro epocale effettivamente. Epocale è un termine tipico del postmoderno e che si applica molto bene a un testo come questo. Esce nel 1976, scritto nel 1975, però anticipa, definisce e conclude tutte le caratteristiche estetiche del postmodernismo prima che uscisse La condizione postmoderna di Lyotard del 1979: è una specie di postmoderno prima del postmoderno.

Ma come postmoderno? Si sta parlando di manierismo, un fenomeno del tardo Cinquecento, cosa c’entra quindi…? Ma l’analogia è questa: circa cent’anni prima che uscisse L’ideologia del traditore è uscito un libro di Nietszche, La nascita della tragedia, con le stesse caratteristiche dell’Ideologia del traditore: fingeva di parlare di greci, e in effetti parlava anche di greci, ma di fatto proponeva il trionfo della musica wagneriana nel mondo, quindi l’ipermodernità musicale sui tempi veniva fatta cortocircuitare con la musica greca arcaica. In questo caso il manierismo è un modo per parlare della contemporaneità, anzi per lanciare la transavanguardia, ossia la versione pittorica del postmodernismo. Altra analogia tra questi due libri, unici ad avere contemporaneamente le due cose, è che prendendo i greci a pretesto per parlare di Wagner, Nietzsche dice delle cose profondamente vere sui greci, così come prendendo a pretesto il manierismo per parlare dei postmoderni Bonito Oliva dice delle cose profondamente vere del manierismo. Questa è stata una cosa che ha fatto scuola, ad esempio un grande studioso di storia dell’arte che purtroppo è scomparso poco tempo fa, Omar Calabrese, undici anni dopo ha scritto L’età neobarocca che riprendeva e sistemava questa intuizione fondamentale presentata nel libro. Perché la quintessenza del postmoderno e del manierismo va cercata dentro al tradimento? È appena uscito un libro di Giorello che tende a recuperare il tradimento, elemento centrale dell’esistenza sociale. Se pensiamo che il motto delle SS era “Il mio onore si chiama fedeltà”, già diventa meno simpatica la fedeltà e si cominciano ad apprezzare i vantaggi del tradimento. Intanto si parla di tradimento estetico, che non fa male alle persone. Sulla rivista tutto il dialogo

 

P42_12_02 incontro con Sissi e Francesco Casoli

Mariantonietta Firmani: ancora proseguendo con una pensiero di ABO: “la specularità è la qualità tipica dell’essere fantasma, cioè immaginazione e doppio, che passa sempre attraverso l’intrigo del linguaggio. La metafora è la forma tipica del linguaggio riflesso che si esercita al di fuori della realtà senza potervi intervenire direttamente”. Per Francesco Casoli imprenditore: un’azienda come metafora di un essere vivente, per restare leader del proprio settore deve adeguare la propria produzione alle evoluzioni del mercato con la costante innovazione di prodotto. Cosa significa innovare?

In termini tecnologici? In termini di gestione del personale? In termini di investimenti?

In termini di relazioni internazionali? In termini di ascolto ed anticipazione del mercato? In termini di, ..?

Francesco Casoli: c’è una espressione che racchiude più di altre l’idea di innovazione ed è “Ansia continua”. Innovare è vivere in una persistente e continua ansia da prestazione collettiva che impone eccellenza e al tempo stesso umiltà per ascoltare e imparare da tutti.

Noi per esempio facciamo parte di una meravigliosa associazione che si chiama World

Class Manufacturing che raggruppa aziende di produzione, parte importante del nostro business; queste aziende sono in relazione costante, si interpellano quotidianamente per capire come reciprocamente si possa migliorare i propri servizi e o propri prodotti. In questa associazione ci sono aziende eterogenee come noi, Fiat o Unilever ma è proprio l’interazione tra categorie merceologiche così diverse che ci permette di avere punti di vista alternativi e molteplici rispetto ai nostri, fondamentali per tenere alto il livello di competitività e innovazione.

Posso dire con certezza che se non avessimo fatto dell’innovazione la nostra linea guida saremmo stati spazzati via dai produttori indiani o cinesi che, lavorando su paradigmi profondamente diversi dai nostri, riescono ad essere più competitivi sui costi ma non riescono ancora a starci dietro sotto il profilo dell’innovazione.

Mariantonietta Firmani per Sissi artista: ascoltando una tua intervista mi hanno colpito queste parole: “l’artista lavora su se stesso sempre anche quando non si piace, ma proprio nel momento del non piacersi percepisce il perimetro e limite del proprio corpo e allora lavorando su quel perimetro può far muovere delle cose e questa coscienza ci rende molto lucidi nel rapporto con la realtà perché più affondo nelle mie radici e più i miei rami si muovono nell’aria”: L’arte è dentro o fuori dalla realtà?

Sissi: La mia realtà è il corpo in cui vivo, uno spazio pulsante, colmo di espressione, in costante movimento per manifestarsi come reale.

Per me, e dunque per la mia arte, l’interiorità è il terreno più fertile, ma ho una visione orientata verso l’espansione: ciò che è dentro esce all’esterno e viceversa.

Mariantonietta Firmani per Francesco Casoli politico: certo uno stato è metafora del corpo sociale, per conservare la propria autorevolezza, che non sia autoritarismo, deve percepire le evoluzioni sociali con il costante ascolto dei cittadini. Certo che la gestione di uno stato implica molte più variabili di quelle comprese in un’azienda, e forse la cosa più difficile è far confluire i molti pensieri/progetti sviluppati in merito. Quali azioni proporrebbe Casoli per ricostruire benessere dei cittadini e immagine internazionale?

Francesco Casoli: non è vero che uno Stato è più complesso di un’azienda; voglio dire che la gestione di un’azienda è molto complessa. Io certo non ho ricette universali per trovare le molte soluzioni necessarie. Posso però portare un esempio: questa mattina ho incontrato i sindaci dell’ANCI Marche e tutti mi sottoponevano le problematiche relative al patto di stabilità.

Ho detto loro che come senatori faremo di tutto per fronteggiare le numerose difficoltà  ma contemporaneamente li ho portati a riflettere sul fatto  che nelle aziende in questo momento si sta costruendo il programma per il prossimo anno, e tutte le aziende che conosco, compresa la mia, stanno rivalutando con attenzione le spese fatte, perché, con i tempi che corrono non bisogna tralasciare neanche un euro.

Poi ho chiesto ai sindaci: voi sindaci state facendo lo stesso? L’organizzazione pubblica sta cominciando a rivedere e a rivalutare le proprie spese?

Io credo che la politica è fondamentale ma sono contro la burocrazia che genera burocrazia solo per mantenersi in vita affossando la possibilità dei liberi cittadini di organizzarsi per promuovere nuove idee e nuova economia. Noi abbiamo uno stato ed un sistema pubblico che è totalmente autoreferenziale e questo ci sta ammazzando.

Credo anche però che tutto ciò non sia facilmente risolvibile perché le incrostazioni e gli intrecci sono talmente pesanti che difficilmente riusciremo a rendere più snello questo stato.

A tale riguardo porto l’esempio di un’azienda marchigiana a cui l’amministrazione pubblica ha negato la possibilità di ampliare il proprio stabilimento frenandogli la crescita sia in termini di fatturato che di occupazione. Mi sembra in questo caso evidente quanto non ci sia più alcun collegamento tra l’economia reale e quello dell’amministrazione pubblica. Io in realtà sono molto scettico sul fatto che l’Italia potrà risollevarsi se non decide in tempi rapidi di mettere mano proprio alla sua amministrazione.

 

 P42_12_03 incontro con Loris Cecchini e Enzo Eusebi

Premessa di Mariantonietta Firmani:

In questo numero incontriamo Loris Cecchini Artista e Enzo Eusebi Architetto e Ingegnere. Con loro parliamo di rapporto tra spazio pubblico e spazio privato tra la funzionalità dell’architettura e suggestioni emotive suggerite dall’intervento artistico. Arte e architettura nascono entrambe da esigenze profonde di conoscenza del mondo e mettono sempre in relazione il dentro e il fuori, il privato e il pubblico, il personale e il collettivo, spazio reale e spazio virtuale. Ma le due forme del pensiero forse non sono mai state tanto vicine come oggi. Da un lato sempre più artisti visivi realizzano opere che diventano vere e proprie progettazioni spaziali; dall’altro, grazie alle nuove tecnologie, le architetture sfidano i limiti di resistenza dei materiali e leggi di gravità. Da un lato l’architettura limita la sua creatività sulla funzionalità che ne genera l’esistenza, dall’altro l’arte giustifica e rende funzionale il suo esistere proprio nell’istinto creativo dell’uomo. Forse andando verso una crescente tecnologicizzazione e virtualizzazione della vita, arte e architettura tenderanno sempre più a confluire nella stessa esigenza di dare vita ad uno spazio reale sempre più simile alla fluidità del pensiero?

Ecco allora un racconto tra arte e architettura, come istintiva distinzione, nel racconto editoriale, tra la realtà oggettiva e il pensiero che la produce. Così la realtà che si evolve attraverso azioni e progetti, è raccontata per oggetti ed immagini, mentre il pensiero viene espresso nello spazio del testo che diventa il luogo della riflessione filosofica. Il testo nasce perciò come senso interno che riguarda la percezione della realtà attraverso il pensiero consapevole del constatare e ragionare, avere emozioni e sentimenti, credere e dubitare, certi che il prodotto materiale dell’agire non prescinde mai dalla coscienza.

In questa raccolta la presenza di un dialogo sull’opera di Achille Bonito Oliva “ideologia del traditore”, ci da lo spunto per innescare dialoghi trasversali sulla realtà a partire da frammenti universali intercettati dentro la riflessione artistica. Nella costante ricerca di cortocircuito tra azione e pensiero, reale e virtuale, desiderio e costruzione. Ancora come negli altri numeri l’accostamento straniato di argomenti apparentemente antitetici vuol’essere una sorta di gioco di ruoli per la ricerca di nuovi punti di vista, nuove strade percorribili, nel tentativo di leggere il nostro tempo tra spazio pubblico e privato.

Mariantonietta Firmani: volevo iniziare questo dialogo con questo pensiero tratto da “L’ideologia del traditore” di Achille Bonito Oliva “ La menzogna nasce dal sentimento reale dell’esclusione”. Per Loris Cecchini artista lo spazio tempo che vede la realizzazione dei progetti, è funzione anche della quantità e qualità delle relazioni che si riescono ad attivare. Migliaia di artisti, pochi grandi artisti. Inclusi o esclusi da cosa?

Loris Cecchini: tendenzialmente da quello che definiamo sistema dell’arte. Ma penso che sia sempre stato così, la storia ci mostra che sono sempre esistiti livelli diversi di coinvolgimento; oggi lo schema di riferimento geografico si è ampliato e l’artisticità diffusa produce da una parte una maggiore coscienza culturale, dall’altra ancora forte competizione. Anche se ho dei dubbi: in merito al valore attribuito a qualcuno o qualcosa c’è sempre un sistema di riferimento a cui si potrebbe contrapporne un altro.

Mariantonietta Firmani Per Enzo Eusebi Architetto l’architettura racconta da sempre lo stato di benessere di chi la abita. Il CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne) di Francoforte del 1929 ha introdotto regole di vivibilità minima per tutti i cittadini di uno stato civile. Quali sono gli standard nelle residenze civili contemporanee, dalla strategia di ubicazione nel tessuto urbano alle scelte tecnologiche, che possono fare la differenza tra inclusione ed esclusione di tutte le fasce sociali?

Enzo Eusebi: L’ansia della modellizzazione così accentuata nella civiltà urbanistica occidentale è da superare ripartendo dal concetto dei luoghi intesi come capitale sociale e dai collegamenti come metafora dell’integrazione. Ricordiamo che un luogo (e quindi uno spazio, una casa, un quartiere) non è presente prima del ponte. Quindi non si costruisce un ponte in un luogo, bensì un luogo nasce partendo da un ponte.

Purtroppo il potere del pubblico è in declino mentre quello del privato è in ascesa ed il privato costruisce iper-ghetti. Dobbiamo ricordarci che la città era una volta una grande macchina e che l’ambito pubblico era un territorio di scontro, di scambio e magari di adattamento. Oggi nella prepotente spinta all’espansione che investe gran parte delle città, spesso lo spazio pubblico viene conservato solo all’interno delle attività economiche, nei centri commerciali. Le nuove urbanità si stanno sviluppando vicino alle tangenziali costruite per servire gli outlets; e noi non abbiamo ancora risolto i problemi del rapporto tra centri storici e periferie, tra spazi pubblici e spazi privati. Cosa succederà quando i “circuiti dell’aria condizionata” si spegneranno?

Con queste complesse dinamiche appare superabile standardizzare la residenza, presso alcune culture, gli uomini si creano un posto in cui abitare con mezzi più semplici e sbrigativi. Il paesaggio cinese ad esempio è pieno di abitazioni all’aperto, realizzate per mezzo di “collegamenti”: alberi, macigni, superfici che apparentemente sembrano essere aperte ma si collegano e si rinchiudono le une nelle altre con corde, stoffe e plastiche. Quindi chiediamoci perché la maggior parte degli uomini vive in case con un numero fisso di stanze, perché oltre a porte, finestre e armadi ci sono ben pochi elementi che si possono aprire e chiudere? Sebbene ogni casa abbia una certa flessibilità, attivare questa plasticità attraverso modifiche e ampliamenti comporta fatiche, difficoltà e ingenti spese. Allora abbiamo cominciato ad indagare come dovrebbe essere una casa con una notevole capacità di trasformazione. Sarebbe interessante vedere cosa sarebbero riusciti a fare alcuni grandi artisti del passato con la disponibilità della tecnologia contemporanea. Immaginiamo Borromini con una macchina a controllo numerico o Leonardo da Vinci con un CAD CAM. Oggi la tecnologia ci permette di spostare una casa da un posto all’altro mentre è ancora abitata o modificarla nelle sue dimensioni e ripartizione. Le pareti si potrebbero ripiegare, i pavimenti spostare e le scale rialzare. Anche l’illuminazione, i colori e le strutture delle superfici si potrebbero trasformare.

Sulla rivista tutto il dialogo

 

 

P42_12_04 incontro con Alberto Garutti e Domenico De Masi

Mariantonietta Firmani: sempre dal testo di Achille Bonito Oliva ho trovato: “In architettura lo stile tende alla atettonicità, allo svuotamento di peso dei volumi e delle costruzioni, mediante un assottigliamento che quasi vuole presentare le opere nel loro disegno e nel progetto mentale dell’artista”. Per Domenico De Masi In un numero della sua interessantissima rivista NEXT ho trovato una visione estremamente positiva del futuro. Nel 2050 nel mondo: aumenta la classe media che diventa il 50% del totale; diminuiscono i terreni agricoli ma si evolve la produttività migliorando la disponibilità di prodotti agricoli; la popolazione passa da 7 a 9 miliardi; diminuisce la natalità ma aumenta l’età media a oltre 60 anni; l’ingegneria genetica migliorerà lo stato fisico delle persone; ecc. … come si evolve il rapporto uomo/natura?

Domenico De Masi: il nostro pianeta non ha quasi più nulla di “natura”, se per natura s’intende ciò che esiste prima di essere manipolato dall’essere umano. Ormai non c’è un millimetro quadrato sulla terra che non sia stato modificato dall’uomo: attraverso i concimi chimici, attraverso le realizzazioni ingegneristiche, attraverso l’inquinamento. Ormai è difficile stabilire il rapporto tra natura e cultura, perché lo spazio in cui viviamo è praticamente tutto e solo cultura. Se intendiamo per cultura ciò che è fatto dall’uomo e per natura ciò che esiste a prescindere dall’uomo, possiamo dire che non esiste più nulla che prescinda dall’esistenza dell’uomo. Ho girato molto durante la mia vita ma non ho mai trovato, neanche in Amazzonia o nel deserto africano, un centimetro quadrato del territorio che non sia stato raggiunto e manipolato dall’essere umano.

Poi il fatto che, entro dieci anni, saremo un miliardo in più, mi sembra una grande consolazione. Di solito pensiamo a sette miliardi di bocche, senza tenere conto che sopra  ogni bocca c’è un cervello. Quindi sette miliardi di cervelli che la sera si addormentano e cominciano a sognare, la mattina si svegliano e comunciano a pensare mi sembrano una bellissima cosa che non si era mai verificata prima nella storia. Alla fine del Settecento tutta l’umanità era di seicento milioni, e quindi c’erano solo seicento milioni di cervelli pensanti. Ora, invece, ci sono sette miliardi di cervelli pensanti e tra poco ce ne saranno otto. Ciò comporta che sarà molto più probabile avere tra noi dei geni capaci di risolvere i problemi dell’umanità.

È vero che non c’è un rapporto diretto tra quantità e qualità. Firenze dal 1348 al 1590 aveva circa diciannovemila abitanti, eppure questi pochi hanno prodotto il Rinascimento.

Però, da otto miliardi di persone istruite per la maggior parte, è legittimo attendersi una soluzione dei problemi migliore di quella cui siamo pervenuti noi. Noi, rispetto ai nostri antenati, siamo riusciti a creare le condizioni per una vita più lunga. Il fatto di vivere  ottant’anni, contro i quarant’anni dei nostri trisavoli, significa che, grazie alla nostra creatività, abbiamo fatto molti progressi. Questo mi fa essere ottimista.

Mariantonietta Firmani Per Alberto Garutti “La prima cosa che naturalmente faccio quando mi viene richiesta una mostra è “ascoltare” il luogo dove essa si svolgerà. Questa è un’intenzione che ho perseguito fin dagli inizi, e che probabilmente deriva anche da un’idea di architettura come misurazione degli spazi, come loro concretizzazione in forma, e al contempo come pensiero e modo dell’abitare, che mi porto dietro da sempre”. All’Aperto-Fondazione Zegna” l’opera diventa un meccanismo in grado di costruire relazioni inattese e intrecci imprevisti tra l’uomo e la natura, la società degli uomini e quella degli animali. Come si ascolta lo spazio e le persone che lo abitano e lo rendono vivo?

Alberto Garutti: io riflettevo sul fatto che la natura tende ad artificializzarsi e l’artificiale tende a naturalizzarsi. Allora mi piace pensare come il tutto sia natura, quando guardo un aeroplano lo penso come se fosse un uccello. Questa compenetrazione di concetti mi permette di immaginare un mondo con una visione molto positiva. In pochi decenni la società ha fatto straordinari accelerazioni in avanti, e l’arte non fa altro che produrre mondo nutrendosi di mondo. Alighiero Boetti diceva “Mettere al mondo il mondo”. Gli artisti non fanno altro che raccogliere il senso del mondo per portarlo dentro le opere, e attraverso le opere poi produrre un altro mondo.

Il problema è culturale e quando penso all’arte, penso alla realtà del mio lavoro fatto dentro le città per i cittadini che sono appunto i destinatari dell’opera. Penso che l’artista debba oggi ancor di più confrontarsi con varie realtà parallele, con molteplicità di visioni e situazioni, dove tutto si mette in relazione con tutto. Quando devo produrre un’opera pubblica penso che i destinatari dell’opera siano i cittadini, che diventano allo stesso tempo, inconsapevolmente, committenti. Un’opera pubblica per essere tale deve essere capace di parlare a tutti, e questa è la prima faccia della medaglia, la seconda è che l’opera deve produrre un sofisticato processo evolutivo dal punto di vista del linguaggio altrimenti rischia di scivolare in una forma di populismo demagogico. Immaginare tutte queste cose senza che ci sia stato questa strepitosa evoluzione antropologica ed epocale dell’arrivo di internet all’inizio degli anni Novanta, sembra impossibile, come è impossibile immaginare oggi la nostra vita pratica senza computer o telefonini. Senza questi dispositivi si bloccherebbero gli aeroporti, gli autobus, gli ospedali; essi mutano la psicologia di tutti noi. Ancora di più quando un artista lavora dentro la città non può prescindere dal considerare l’ego contemporaneo, assai diverso dall’ego moderno; l’ego contemporaneo è più centrato su una specie di sensibilità e intelligenza collettiva.

Quando progetto un’opera pubblica non posso non avere una posizione di apertura e attenzione a questa realtà. Negli anni Novanta il bisogno era quello di rieticizzare le mosse dell’arte e confrontarsi con una visione più ampia, dove tutte le cose sono strettamente legate. Per cui ho progettato il lavoro di “Ai nati”, la ristrutturazione del Teatro di fabbrica a Peccioli, poi il lavoro per Zegna, il lavoro “Temporali” al MAXXI, ecc.

Per ricollegarmi a quello che diceva il professor De Masi, le così dette “Belle Arti”, si possono definire “belle”, perché sono buone; nel senso che l’arte è sempre un progetto positivo, etico. D’altra parte l’arte ha sempre tentato di dare una risposta alle problematiche che il mondo si è posto. La prima mostra fatta dagli impressionisti, è stata fatta nel 1874 nello studio di un fotografo e quindi in stretto rapporto con le dinamiche prodotte dalla Rivoluzione Industriale. La teoria della relatività ha certo avuto relazioni con il Cubismo, Freud con la psicanalisi hanno influenzato il Surrealismo, la macchina e la velocità il Futurismo, e tutte le esperienze successive sintetizzate nel rapporto tre arte e vita nel Dadaismo.

Sulla rivista tutti i dialoghi e le opere degli autori per Parallelo42